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Viti parallele

Viti parallele

L’idea di raccontare il vino in modo concreto, coinvolgente ma privo di fronzoli, nasce dall’amicizia tra Simone Marchetti, sommelier FISAR nonché “Prêt à sommelier”, e il suo amico Ezio, collega, rugbista, vogatore, intellettuale, compagno di merende e di scorribande vignaiole. Ezio non c’è più, ma Simone continua in modo professionale ed informale la sua carriera di “disturbatore seriale di aziende vitivinicole”. Andare nel luogo di produzione, contemplarne la struttura e il paesaggio, parlare con il viticoltore, capirne l’approccio, la storia e gli obiettivi, è il modo migliore, se non l’unico, per trasferire agli altri la predisposizione ad accogliere un vino. L’approccio alla degustazione di Marchetti è, per autodefinizione, “eretico”, prendendo in considerazione una serie di parametri che arricchiscono quello che una degustazione sensoriale da sola non può raccontare. Accoglienza (i luoghi), Analisi sensoriale (individuazione dei macro-difetti), Valutazione estetica (il piacere), Sviluppo conviviale (il produttore, gli amici). Nella lucidissima e breve introduzione siamo messi sull’avviso dall’ottimo Alessandro Torcoli circa il pericolo che ogni eresia porta con sé: quello di creare a propria volta una chiesa e un nuovo dogmatismo. Non è questo il caso. Le pagine di Viti parallele profondono il desiderio di allontanarsi dai dogmi senza tuttavia crearne di nuovi, “sostituendo la narrazione monolitica con il mosaico magnifico del vagabondaggio”. Lele Rozza ci intrattiene invece con un saporito capitolo dedicato al “Buono come una volta” con la “fenomenologia del ‘genuino’ e della ‘roba del contadino’”, sfatando alcuni miti e considerando un’eventuale terza via dell’approccio al gusto...

Torniamo indietro nella Storia. Abbiamo avuto decenni di approccio facilone e inconsapevole al vino, decantando le “spremute d’uva” del contadino e celebrando sull’altare della “genuinità” prodotti fatti alla carlona e non esenti da agenti chimici erogati senza criterio. Nel frattempo l’ubriacatura consumistica del “boom” portava parte della borghesia media a fidarsi invece di quei pochi vini da supermercato che avevano acquisito spesso un’immeritata fama. Poi il metanolo. Dagli anni ’80 parte l’escalation tecnicistica e fuffarona del degustatore che va a scovare tutto e il contrario di tutto nel bicchiere, facendo del commentario al vino un veicolo di affermazione sociale misurato con la capacità di individuare un sentore primario di “frutti a polpa bianca” per approdare parossisticamente ai “freni di tram surriscaldati”. Si sa, dopo qualche anno di pantalone ampio, si introducono sul mercato i pantaloni a cicca, poi quelli a vita alta, a seguire quelli scesi sotto l’elastico della mutanda, poi quelli con la vita bassa ma non troppo. Questi sono gli anni dell’approccio al vino eretico, anarchico, estremo, bastian-contraristico: non si esclude una prossima pubblicazione d’elogio al vino in tetrapak, tanto per smuovere un po’ il mercato, visto che la maggior parte dei palati mentali passa per il palato dei wine influencer. Diciamo piuttosto che di vino si parla un po’ troppo e s’è scritto un po’ troppo ormai. E di questo non devono certo farne le spese gli autori di Viti parallele che è comunque un libro piacevole, ben scritto, interessante nel farci conoscere vini più che meritevoli sparsi per la penisola, corredati dalla storia e dalla narrazione dei vari produttori. Però alt, niente di nuovo nell’approccio “eretico”. Non è un caso che già a pag. 10 venga evocato Mario Soldati e il suo Vino al vino: la terza via, anarchica, libera e non dogmatica, ce la indicava già il buon Mario, arrivando a proporre l’industrializzazione e la razionalizzazione di alcuni processi produttivi e commerciali del vino senza snaturarne la sostanza materiale e spirituale mantenendone la fattura artigianale. Pregio di Viti parallele l’aver raccolto una narrazione dove non ci sono “buoni” e “cattivi”, ma solo storie e prodotti da predisporsi eventualmente ad accogliere, capire e condividere.