Salta al contenuto principale

Voci nel silenzio

Voci nel silenzio

Aprile 2020. Pieno lockdown imposto per contrastare la pandemia da Covid-19. Sono le dieci del mattino e il sole, splendente e un po’ beffardo, illumina un paesaggio deserto e silenzioso, se si esclude il suono dei piccioni che tubano e dei gabbiani che gridano roteando in un cielo immenso e vuoto. Il fatto di non poter uscire di casa non pesa più di tanto a Bacci Pagano. D’altra parte, a ventun anni, ha conosciuto un tipo di reclusione e isolamento ben più duro: è stato rinchiuso in una cella di massima sicurezza per cinque lunghi anni. E ancora, quando gli hanno sparato, anni fa, è dovuto rimanere sei mesi sigillato in casa, imbragato in una struttura ortopedica che gli bloccava testa e collo, mentre attendeva di essere operato. Quindi, al confronto con quei periodi, la quarantena che gli è stata imposta ora - trascorsa tra fornelli, letture, ginnastica quotidiana, serie TV e film - gli sembra una passeggiata. L’unico rammarico è legato al fatto che ha da poco conosciuto Giulia Corsini, maestra elementare che abita nella diga bianca di Begato e con la quale ha intrapreso una nuova relazione che è costretto a coltivare al momento solo attraverso lunghe telefonate e videochiamate. Le nuove tecnologie lo aiutano anche a mantenere i rapporti con Aglaja, sua figlia, bloccata a Parigi e impossibilitata a rientrare in Italia. Le videochiamate e gli scambi via Skype con lei rassicurano entrambi e attenuano parecchio il peso della lontananza. Sono le dieci di un mattino d’aprile, quindi, quando il telefono di Bacci suona. La voce fresca e leggermente rauca all’altro capo gli fa pensare a una ragazza poco sopra i venti anni. Si presenta come la figlia di Giuseppe Bortoli, l’uomo che è stato suo cliente una ventina d’anni prima. Beppe è morto da tre giorni, ennesima vittima del Coronavirus, ma, prima di essere ricoverato, ha chiesto alla ragazza di consegnare una lettera - con preghiera di non aprirla per alcun motivo - all’investigatore Bacci Pagano...

Passato e presente della vita di Bacci Pagano si intrecciano, nell’ultimo romanzo di Bruno Morchio che ha come protagonista l’ironico e disilluso investigatore dei carruggi, a pagine mai dimenticate della storia del nostro Paese, restituendone un ritratto crudo, ma onesto e lucido. In un’Italia impaludata nell’immobilità del coprifuoco sanitario imposto dal governo per cercare di fermare la diffusione dell’infido Covid-19, una telefonata riporta Bacci agli anni più tormentati della sua vita e in particolare a quell’estate del 1998 e alla torbida vicenda di infiltrazioni, terrorismo e depistaggi ad essa legata. È chiamato ad indagare sugli ultimi mesi di vita di una persona, una donna con cui a Cuba, molti anni prima, ha intessuto una relazione tanto appassionata quanto figlia della spensieratezza dei vent’anni. Nell’angosciante silenzio spesso spezzato dal suono spettrale delle sirene, le ferite mai rimarginate di un pesante passato abitano i pensieri dell’investigatore, che si addentra a poco a poco in una nuova limacciosa realtà, che si annida dietro ex brigatisti probabili doppiogiochisti, assassini senza scrupoli e strani suicidi. Un’indagine che sembra impossibile, anche perché deve essere portata avanti senza uscire di casa, o quasi, ma che Bacci Pagano conduce con l’acume di sempre, raspando nel torbido senza dar segni di cedimento, anche se ciò significa scavare pure nella parte più profonda di sé. E alla fine, quando ogni tassello trova la giusta collocazione e tutto ha un senso, c’è da prendere forse la più difficile delle decisioni e scegliere se raccontare ciò che si è scoperto e, forse, spezzare equilibri costruiti a fatica o decidere di tacere e sobbarcarsi l’intero fardello di una pesante verità. E l’investigatore Bacci Pagano, sessantaseienne amante della musica di Mozart e della Vespa, figlio di un operaio comunista e cultore del buon cibo, sarcastico e sempre dalla parte dei perdenti, saprà orientarsi una volta ancora verso la decisione più saggia.

LEGGI L’INTERVISTA A BRUNO MORCHIO