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Vorrei una mongolfiera

Vorrei una mongolfiera

Un piccolo borgo nella Pianura Padana si presenta: è Carbunéra, incuneato tra Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Un tempo ben popolato, è stato man mano abbandonato da molti suoi abitanti che gli hanno preferito la città, in cerca di nuove occupazioni. Ma a Ferragosto torna ad affollarsi, in tanti dei vecchi abitanti non rinunciano alla sagra estiva... Nonna Rosa, anzi nonna Nice, nasce nel lontano 1888, con lo sfortunato destino di attraversare le due guerre mondiali, di cui non parla quasi mai se non per quelle notti in cui guardava la luna e sperava che il figlio lontano fosse lì, come lei, ad osservarla. Ciò che la sua memoria comunica di quei periodi oscuri sono le sensazioni che nessuno vorrebbe mai ricordare: paura, miseria e fame, tanta fame... Il primo giorno di scuola è ormai perso nel tempo, ma non è possibile dimenticare le sensazioni di smarrimento, curiosità e anche spensieratezza dell’essere Remigino: la prima mattina senza mamma e papà e lontano dai fratelli, il fiocco blu orgogliosamente esposto, l’odore dell’inchiostro fresco nei calamai sui banchi di scuola. Questo è il ricordo del primo ottobre, giorno in cui a Carbunéra, iniziavano le elementari... Che profumo ha il compleanno in un piccolo borgo vivace nella campagna lombarda negli anni Sessanta? Il compleanno ha il profumo della farina appena macinata al mulino, del burro preparato al caseificio, del lievito e della bustina di vanillina acquistato al negozio di alimentari, delle uova raccolte nel pollaio e del tocco finale dello zucchero a velo sulla torta...

Vorrei una mongolfiera è una raccolta di racconti, talvolta pensieri, spesso legati ai ricordi di infanzia, che riaffiorano alla memoria del loro autore, chef di professione: dalla nonna paterna Nice, alla ricerca dei tartufi nella campagna mantovana, dal presepe che univa tutta la famiglia nel periodo di Natale fino al rumore silenzioso della campagna. Sono indiscutibilmente personali questi racconti, ma narrando di un passato italiano che sembra ormai lontano – nonostante sia passato solo qualche decennio – diventano testimonianze della vita semplice “di una volta” che accomuna tante persone nate fra gli anni Cinquanta e Sessanta. La torta di compleanno la si preparava utilizzando ingredienti acquistati nei singoli luoghi specializzati (la farina al mulino, il burro al caseificio, la vanillina al negozio di alimentari... e le uova si andavano a prendere direttamente nel pollaio di casa); i riscaldamenti nelle case non esistevano, ad esclusione della stufa in cucina, per cui nelle camere da letto gelide si usava inserire sotto le lenzuola dei piccoli bracieri coperti, li padlini – ma probabilmente in ogni zona in cui sono stati utilizzati avevano un loro nome in dialetto – per provare un tepore prima di addormentarsi. Le storie contenute in questa raccolta postuma di Francesco Grossi, pubblicata per volontà della sorella, trasmettono una malinconica tenerezza per i ricordi del passato, coinvolgono il lettore e lo lasciano con un sorriso. Una lingua imperfetta ma capace di regalare emozioni nella sua delicatezza. “La notte [in campagna] è tempo di concerto: iniziano le rane nel fosso [...] quindi un grillo sulla finestra [...] un motorino senza marmitta che passa per la strada [...] all’alba [...] hanno inizio i duetti [...] con il sole che si alza, tutto si calma [...] scendo in cortile e per un attimo penso: che silenzio...”.