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Voyeur

Voyeur
Fabrizio ha deciso a 16 anni che la sua ambizione è quella di “sopravviversi” e ha scelto quale mezzo di “esternazione” la sua macchina fotografica, un’Agfa per i sogni adolescenziali, una Leica per il lavoro da adulto. Fabrizio confessa al suo primo amore che intende lasciare traccia di sé “mettendo le proprie foto nei libri”, ma si renderà conto da adulto che la replica di Adriana ha finito per influenzare tutta la sua vita: “non si sopravvive nelle biblioteche, ma nel cuore degli uomini”. A partire dai 16 anni Fabrizio fotografa con dedizione e determinazione, con un’assiduità documentaristica, dapprima per catturare le proprie emozioni e gli scenari sui quali si dipanano, le luci che le bagnano, i colori delle stagioni che le incorniciano, in seguito per documentare eventi sempre meno privati. Con l’età adulta le sue foto si fanno meno intimistiche, la sua lente incrocia la guerra, la morte di un collega, i raid aerei su Cairo, gli attacchi dei Khmer rossi, gli assassini politici in Colombia, l’esercito russo in Afghanistan, ma anche il carnevale, la Factory, l’11 settembre 2001 visto da un atterraggio d’emergenza su Terranova…
Il libro è una collezione di istantanee, un rapido excursus sugli eventi più significativi degli ultimi 50 anni. Alterna istantanee squisitamente private a immagini dal taglio pubblico, a ritratti sfocati, nei quali, come nel caso di Lorenzo, è solo l’ultima immagine quella che svela i dettagli. Il fotografo al termine del terzo quarto della propria vita realizza che "Non c'è nulla di più astratto del visibile." Nulla è più equivoco delle forme che appaiono allo sguardo”. Il romanzo di Caroli - ordinario di Storia dell'arte moderna al Politecnico di Milano - tenta con scarso successo di documentare per ogni istantanea, l’ansia nello sguardo del fotografo, le emozioni, le epifanie e il suo grado di partecipazione a ciascuna ma ciascun “quadro” ha una propria intrinseca paradigmaticità, una sorta di appariscente sistema di sottotitolazioni vagamente didascaliche che finisce per rendere difficile qualsiasi tentativo di avvicinamento tra l’occhio del lettore e quello del fotografo.