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Vuoto

vuoto

I nonni di Iris hanno acquistato una casa, a fine anni Ottanta, a Conca Specchiulla, un villaggio salentino con case bianche che ricordano quelle della Grecia. Costruzioni piuttosto basse, massimo a due piani, a pochi passi dalla pineta e dal mare. D’estate, quindi, Iris si reca nella località pugliese, nella vecchia casa dei nonni, insieme a Federico, suo marito. Al mattino i due vanno in spiaggia, mentre durante i pomeriggi lavorano. La sera, poi, se ne vanno in giro lungo la costa adriatica della Puglia, spingendosi nell’entroterra e, a volte, fin sulla costa ionica. Le giornate diventano molto più lunghe del solito e, a volte, a Iris viene la tachicardia senza un motivo apparente. Forse ciò accade a causa della consapevolezza di avere del tempo vuoto da riempire, oppure a seguito di un’esperienza, legata al suo periodo adolescenziale, mai metabolizzata. È accaduto infatti che, proprio nel parco giochi di Conca Specchiulla, un ragazzo di quattordici anni l’abbia prima spinta contro un pino, poi buttata a terra facendole picchiare la testa contro un sasso, e infine abbia abusato di lei, per poi lasciarla lì, abbandonata a terra, nel sangue. La terra di Puglia, quindi, è per Iris magica e tremenda e per lungo tempo, negli anni passati, quando vi si recava in vacanza, la giovane restava in disparte e isolata. Iris ha da poco compiuto trentatré anni. Nella sua vita, oltre a Federico, c’è Giulio, un amico, una presenza costante che, tuttavia, è anche uno spettro. Con lui Iris ha trascorso molte ore, quando viveva sola; i due si sono confidati le storie dei loro amori e dei loro timori. C’è stato un tempo, per esempio, in cui Giulio, innamorato di Matilde, è andato a vivere da lei a Bologna per qualche mese. Poi, quando ha realizzato che Matilde andava anche con altri e tornava da lui solo quando la maltrattavano o la lasciavano, se ne è tornato a Roma a pezzi e ha trascorso lunghi periodi chiuso in casa con Iris, reduce a sua volta da un furioso litigio con Federico. Quello è stato il periodo in cui se ne sono stati rintanati senza uscire, né dormire o mangiare…

Passato e presente di un’esistenza si confondono e si alternano in un lungo flusso di coscienza che avviluppa il lettore e lo conduce ora in Puglia e ora a Roma, lungo una scogliera o nel chiuso di un appartamento, nel qui e ora o in un tempo in cui Iris, la protagonista, ha sedici anni e sta vivendo una delle sue molte vite. Quello di Ilaria Palomba è un romanzo che, come anticipa il titolo, racconta il vuoto, quell’alternarsi di spazi tra ciò che è vivo e ciò che non lo è. “Dentro le cose vive ci sono le cose morte e dentro le cose morte ci sono le cose vive. Non si può prescindere dalla vita nella morte, oltre è il vuoto”. Sono personaggi complessi quelli che abitano le pagine di questo libro non semplice: figure piene di ferite e dolori, costrette a confrontarsi con una quotidianità che stanca e spesso affligge. La famiglia, gli affetti, l’amore sono realtà all’interno delle quali l’inquieta Iris cerca un senso, senza provare alcun timore nel confrontarsi con la sofferenza, i desideri realizzati e quelli repressi; in una parola, con tutto ciò che fa paura. Un’analisi visionaria – e per questo a tratti di difficile lettura e interpretazione – che non si lascia imbrigliare in alcuno schema precostituito e affronta la crudeltà di certi amori destinati al fallimento, i vuoti che aiutano a liberarsi da ogni fragilità, mentre incessante e infaticabile diviene la ricerca della propria essenza e della propria identità. Palomba non si fa scrupoli a disumanizzare la quotidianità e a presentarla al lettore così com’è: nuda e ridotta all’osso. Un testo che si presta a diverse chiavi di lettura; una narrazione che richiede particolare attenzione e concentrazione; una storia che si fa portatrice di parecchie domande; una penna che si muove agile sul foglio e vi lascia un tratto deciso, a volte tagliente e difficile da interiorizzare.