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Wanna Marchi – Ascesa e caduta di un mito

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Castel Guelfo, un paesino a metà strada tra Bologna e Imola, 2 settembre 1942. Lì, in un casolare in mezzo alla campagna dove regnano nebbia, povertà e fatica, prende il via la scalata verso il dorato e luccicante mondo della televisione di Vanna Marchi. Quindici anni dopo, nel 1957, alla morte del padre Nino, perno del clan di Castel Guelfo, Vanna resta sola con la madre Enedina, il fratello Dino e un nutrito gruppo di cugini e zii. Si trasferisce così a Bologna. Con una modestissima ma per i tempi comune licenza elementare, Vanna si cerca subito un lavoro, racchiudendo per ora i suoi grandiosi progetti che la animano in quelle quattro mura di un piccolo appartamento di periferia. Sarà l’amore a farla svoltare. Lui ha sette anni più di lei, è bello, benestante, ricco, ha frequentato il prestigioso liceo scientifico Augusto Righi in centro, con tanto di autista pronto ad aprirgli la portiera. Raimondo Nobile detto Nino la vede la prima volta in un locale e la invita a ballare. Lei è carina, piccola ma prosperosa, capelli biondi lunghi. Le chiede di rivedersi e lei gli dice di cercarla al Sampieri, storica discoteca bolognese. Lui ci va due, tre volte ma non la trova mai. Capisce che lo ha preso in giro, e sarà solo la prima di una infinita serie di bugie. Ma poi casualmente si reincontrano e lui non se la fa più scappare. Il fidanzamento viaggia velocissimo. Lei fa la figurista per un’azienda tessile e poco tempo dopo arriva la gravidanza. Si sposano il 4 marzo del 1961, non senza qualche perplessità da parte dei genitori di lui. Svelerà Raimondo che sua mamma non poteva proprio soffrire quella ragazza, la riteneva inadatta sia come moglie che come nuora. Eppure inizialmente Vanna interpreta bene la parte della casalinga tutta casa e famiglia. Nel loro appartamento bolognese dà alla luce prima Maurizio e nel 1964 anche Stefania. Nobile segue le orme del padre nel commercio di tessuti finché la distilleria Pilla non lo assume come rappresentante e i due si trasferiscono a Milano. Poi cambia ancora, buttandosi nel ramo delle apparecchiature fotografiche e cinematografiche, e tornano a Bologna. Lui viaggia molto e non disdegna avventure e tradimenti. Vanna tollera sempre meno l’idea di essere una casalinga frustrata e cornuta. Capisce che c’è un mondo là fuori che la aspetta. Comincia con un negozietto di estetista finché un giorno entra in negozio un ragazzo che le propone di fare pubblicità dei suoi prodotti per una tv locale. La definitiva trasformazione da Vanna a Wanna, regina incontrastata della Tv, è ormai solo questione di tempo…

Il noto giornalista Stefano Zurlo racconta in questo saggio - da cui è stata tratta anche una serie su Netflix - l’ascesa e la rovinosa caduta della più famosa signora delle televendite che la televisione italiana abbia mai conosciuto: Wanna Marchi. Prendendo spunto dai racconti dei vari protagonisti Zurlo tratteggia attraverso le gesta urlate dell’imbonitrice un quadro fedele, impietoso e amaro anche dell’Italia anni Ottanta e Novanta, quella del trionfo delle tv private, quella ingenua, sola, superstiziosa e boccalona pronta a bersi come oro colato tutto ciò che sgorga da quella scatola magica, quella che proprio grazie alla tv ha cambiato per sempre il proprio intero tessuto sociale, culturale e di costume. Wanna diviene infatti un vero e proprio fenomeno sociale in quegli anni colonizzando i più importanti spazi televisivi e della carta stampata, una vera e propria star. Fa affari a sei zeri sempre accompagnata dalla fedele figlia Stefania con la quale vive in totale simbiosi, fino a sfidare le proprie capacità di televenditrice arrivando sempre assieme a sua figlia e al sedicente mago brasiliano Do Nascimento a credere di poter vendere al suo “popolo bue” non solo alghe liofilizzate e creme rassodanti ma anche numeri della fortuna, amuleti e pozioni a base di sale magico. Sarà questa scelta a segnare la loro inevitabile rovina, ma anche quella di centinaia di persone finite letteralmente sul lastrico. Il castello di carta viene giù infatti in maniera assordante e fragorosa. Cominciano a fioccare le prime denunce e le testimonianze e il 24 gennaio 2002 per le due donne si spalancano inevitabilmente le porte del carcere. Resta il tema di una giustizia tardiva e al solito farraginosa, il tema delle televendite che solo nel 2005 sarà regolamentata dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni relegando sedicenti maghi e fattucchiere nella fascia notturna da mezzanotte alle sette ma soprattutto resta l’interrogativo principale: siamo poi davvero sicuri che quell’epoca sia realmente e definitivamente tramontata?