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War

War
Bosnia, primi anni del Duemila. Bande di cani sciolti girano per i villaggi disastrati dagli eccidi, tra cataste di cadaveri sconosciuti. È in atto una strana forma di "pulizia etnica", qualcosa di mai visto. Perfino la K-FOR sembra ignorare il fenomeno... Misha e Karlo sono giovani e sbandati, vivono di espedienti. Il vecchio cantiere è abbandonato ormai da anni: si dice che i militari vi abbiano lasciato delle armi molto pericolose. Varranno un sacco al mercato nero, un vero affare per due sbandati. Certo non è facile, se le armi in questione sanno reagire automaticamente secondo la tattica militare...
Polvere, macerie, sudore, stanchezza, sangue, pallottole, schegge e imboscate. Non passo di Giava o papaveri rossi. Questa è la guerra di Dario Tonani, nel suo ciclo di racconti War. Agli orrori tipici della guerra Tonani combina lo shock di una tecnologia d'origine sconosciuta, priva di scopo razionale, solo orientata a trasformare i cadaveri in macchine da guerra. Nessuna visione o disegno d'insieme. Meccanica esigenza di perpetuare la specie. Una tecnologia fuori controllo, perfino a se stessa. I militech, del resto, non conoscono lo scopo delle proprie azioni. Lo stile narrativo è dinamico, ricco di nuovi punti di vista. Suoni, odori, sensazioni che esplodono all'improvviso. Il nuovo terrore è l'impossibilità del controllo, l'inarrestabilità del caos. A ben vedere, non sono tanto le azioni abiette, o la natura sordida dei militech a provocare il moto di terrore. Non quanto l'assoluta caoticità delle loro imprese. L'assenza di umanità si declina anche così, attraverso la caoticità fine a se stessa. Questo si riverbera anche nei singoli episodi che, pur ambientati durante conflitti storicamente avvenuti, non rappresentano alcuna strategia bellica. Anche le azioni dei soldati umani, insomma, sembrano scollegate dalle ferree logiche militari. Una guerra che assomiglia più ad una somma di azioni singole. Una guerra entropica.