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Watersong

Watersong

L’incubo si era ripetuto sempre uguale: la luce del sole filtrata dall’acqua, la superficie vicina e irraggiungibile, la donna che chiamava il suo nome, i polmoni costretti dal dolore bruciante… Per tre volte, da bambino, Shoji aveva sognato di annegare. Temendo un presagio infausto, sua madre lo aveva portato da una veggente di fama. Lei gli aveva afferrato le mani, e aveva visto “acqua nera e torbida. Molta oscurità”. Poi aveva rivelato alla mamma: “suo figlio incontrerà tre donne con un nome che contiene l’elemento dell’acqua. Una di loro potrebbe essere la sua anima gemella […] Ma se non starà attento, l’acqua esonderà. Lui, o qualcuno a lui vicino - forse una di queste donne - potrebbe annegare”. Sono trascorsi anni da quell’episodio: Shoji ha lasciato Tokyo per seguire Yoko, la sua ragazza, che ha trovato un impiego nella cittadina di Akakawa. I risparmi sono quasi terminati, e lui ha bisogno di un lavoro anche saltuario per potersi mantenere: sta perdendo le speranze, e sta prendendo in considerazione l’ipotesi di tornare a Tokyo, quando lei gli propone di fare un colloquio per il suo stesso impiego. Una attività su cui lei ha mantenuto un rigido riserbo, tanto che Shoji ha iniziato a immaginare faccia qualcosa di sconveniente: magari non vuol far sapere in giro che lavora come escort d’alto bordo, ragiona il ragazzo. Nulla di tutto questo, gli rivela ridendo Yoko: lei è una ascoltatrice. Il suo compito è ascoltare i problemi altrui in una lussuosa ed esclusiva sala da tè, garantendo la massima riservatezza e l’assenza di qualunque giudizio. Al ragazzo la faccenda appare un po’ losca, ma accetta di incontrare Madam, la direttrice della attività, che lo ragguaglia subito: il lavoro è a provvigione; è il cliente - che per un’ora di ascolto paga l’equivalente del costo di una cena in un ristorante stellato -, a scegliere l’ascoltatore; è necessario astenersi dal dare suggerimenti o pareri non richiesti, evitare di farsi coinvolgere da un punto di vista emotivo o professionale, e mantenere uno stretto riserbo su qualunque cosa si venga a conoscenza nel corso dei colloqui. Shoji ragiona: anche solo un cliente al giorno gli consentirebbe di portare a casa uno stipendio piuttosto elevato. Accetta di iniziare il giorno stesso la settimana di prova…

Clarissa Goenawan, autrice emergente nel panorama della letteratura asiatica, (qui la nostra intervista per Mangialibri: https://www.mangialibri.com/interviste/intervista-clarissa-goenawan) arricchisce il peculiare universo narrativo ambientato nel Giappone degli anni ’90 creato con Rainbirds e Il mondo perfetto di Miwako Sumida con Watersong, terzo romanzo in cui torna ad affrontare temi come la solitudine, la difficoltà di comunicazione degli stati d’animo e dei sentimenti, la perdita, il lutto, e la loro elaborazione: “non usare gli altri per curare le tue ferite. Devi riuscire ad amare te stesso e stare bene da solo prima di estendere quell’amore agli altri”, si sente dire Shoji, il protagonista, bloccato nella sua crescita emotiva da un evento traumatico - parzialmente rimosso -, risalente all’epoca dell’infanzia, e intrappolato nel limbo della accettazione della duplice improvvisa scomparsa della ragazza amata e della cliente prigioniera di una matrimonio infelice con un marito violento e influente che ha deciso di aiutare, pur consapevole delle possibili conseguenze. In una cornice da thriller, in grado di catturare sin dalle prime pagine l’attenzione del lettore, la scrittrice inserisce marcate tinte romance che disegnano i tortuosi percorsi emotivi e sentimentali dei personaggi, alle prese con relazioni punteggiate da aspettative celate e paure che si coagulano in pesanti non detti. Quasi a voler chiudere un ideale cerchio narrativo, e a valicare il confine tra realtà e fantasia, l’autrice introduce nella trama alcuni elementi autobiografici attraverso uno dei personaggi, Liyun, come lei singaporiana e appassionata di anime, a cui dona un ruolo fondamentale e che fa risuonare nella mente del lettore appassionato echi da Kitchen, di Banana Yoshimoto. Rispetto agli scritti precedenti si percepiscono una minor linearità e qualche forzatura di troppo nell’architettura narrativa - soprattutto nelle parti iniziale e finale (la relativa facilità con cui il protagonista decide di venir meno al patto di riservatezza stretto al lavoro, ad esempio) ed uno sviluppo - ci venga perdonato il gioco di parole - forse esondante, in linea con il titolo dell’opera e con la profezia della veggente.