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We could be so good

We could be so good

I motivi per i quali Nick Russo non dovrebbe sopportare Andy Fleming sono talmente tanti che tutta l’edizione della domenica del “Chronicle”, il giornale della Grande Mela per il quale lavora, forse non basterebbero nemmeno a contenerli. Non solo, infatti, è il figlio del capo ma le voci di corridoio in redazione dicono che sia lì a fare la gavetta da sfaccendato viziato e neghittoso quale è solo e soltanto perché il paparino ha minacciato di tagliargli i fondi se non comincia a passare le giornate facendo qualcosa in più del solito nulla. Si mangia le unghie, arrossisce mezzo migliaio di volte al giorno, ha le lentiggini, venticinque anni come lui, non ha con ogni probabilità mai portato a casa una giornata intera di lavoro, né onesta né disonesta, è goffo, di media statura, pesa quanto un dollaro e mezzo bagnato fradicio, è biondo come l’acqua sporca ed è offensivo che lui giochi a fare il giornalista. Tuttavia…

Nick è italoamericano e nella New York di Eisenhower lavora in un giornale il cui editore è il padre di Andy, svagato e privilegiato con cui intreccia prima un’amicizia e poi un bellissimo, tenero, travagliato e coraggioso amore in una società che li vede come due reietti: Cat Sebastian però non indulge nello stereotipo, tutt’altro. Non nasconde affatto le discriminazioni, i traumi, i pericoli che i membri della comunità LGBTQIA+ in quell’epoca (Stonewall non c’è ancora stata…), la paura, la repressione, ma racconta la gioia rivoluzionaria dell’intimità condivisa nel quotidiano, la dimensione della cura reciproca, fatta di azioni più che di parole, piccoli gesti, momenti semplici, una cena, una partita di baseball, un’attenzione, una normalità, ammesso e non concesso che questa parola significhi qualcosa che davvero esiste, perché talvolta anche solo concedersi il lusso della speranza e la possibilità della gioia è davvero un atto di straordinario coraggio, narrato con una sensibilità che non ha nulla di artificioso, e commuove e dà pace.