Se esce per fare una passeggiata con il suo amato cane, Wilson non gradisce quando le persone gli si accostano per raccontargli i loro guai, come osa fare una sconosciuta che inizia a elencargli tutte le difficoltà avute con il suo computer, così lui senza esitazione le chiede se sta mai zitta per farle capire quanto può essere fastidiosa la sua presenza. Wilson non mostra particolare piacere nemmeno quando qualcuno gli fa i complimenti per il suo cane, ma se chi lo incrocia ignora il quadrupede il padrone si arrabbia furiosamente o lancia offese davanti a tutti. Eppure nel caso in cui sia lui a cercare di attaccare bottone non teme di essere inopportuno, anzi fa finta di non rendersi conto di mettere alla prova i nervi di chi nemmeno conosce, nella speranza che alla fine l’altro ceda concedendosi a una lunga chiacchierata. È quanto accade quando al pub si rivolge a uno sconosciuto con una serie di domande sulla sua vita privata. Nei momenti di assoluta solitudine, Wilson pensa a quanto si sia pentito di aver comprato una casa a Oakland in California, quando era piccolo non sopportava nemmeno la squadra degli Oakland Athletics; poi rivisita il passato, in particolare i momenti legati ai suoi genitori. Ricorda la madre morta in seguito a una terribile malattia, ma anche quando era piccolo e con la sua famiglia era solito venire sulla riva del lago. Dovrebbe chiamare il padre ma non si decide a farlo, è passato molto tempo da quando ha parlato con lui l’ultima volta. In realtà con il padre non ha mai parlato veramente, perché non è stato in grado di aprirsi a lui e lui non ha voluto avvicinarsi a un figlio, di cui non può condividere lo stile di vita. Dopo varie esitazioni, alla fine Wilson prende in mano la cornetta del telefono per chiamare l’anziano genitore e viene a sapere che ha un tumore allo stadio terminale. Corre al suo capezzale all’ospedale, dove rimane profondamente turbato nel constare che sicuramente il vecchio è ancora nel pieno delle sue facoltà mentali ed è cosciente di essere arrivato alla fine della sua esistenza. È il momento di parlare con lui, di dirsi tutta la verità per conservare almeno un bel ricordo, ma Wilson fallisce anche in quest’ultimo obiettivo. Il padre non apre bocca e lui capisce che fino al compiersi dell’inevitabile proverà risentimento nei suoi confronti, così giunge a offenderlo anche in punto di morte...

Wilson è probabilmente una delle graphic novel più riuscite di Daniel Clowes. Anche se non ha una trama interessante come altre opere dell’autore - basti pensare a Monica e al mistero, agli eventi soprannaturali della prima parte – questo fumetto è interessante per le riflessioni sulla società contemporanea, che negli Stati Uniti già nei primi anni Duemila presentava aspetti simili alla realtà attuale del nostro Paese, come la necessità di assistenzialismo da parte dello stato per aiutare chi non lavora e la graduale scomparsa della classe media. Il padre di Wilson, infatti, come docente universitario è a pieno titolo un esponente proprio di una classe media in crisi, di cui il figlio che non lavora e non ha ideali non potrà mai far parte. A quarant’anni il protagonista del fumetto di Clowes non ha ancora deciso cosa fare della sua vita e sa benissimo, che non risolverà mai i suoi problemi. Eppure vuole sempre parlare agli altri per giudicarli, o stabilire delle regole e impartire consigli sul modo migliore di procedere. In circa ottanta pagine le vignette sono costantemente occupate dalle battute del protagonista, che di solito si rivolge a persone disinteressate ai suoi discorsi, capaci di rispondergli solo con poche lapidarie frasi. Wilson rappresenta l’uomo medio americano fallito a priori, che con la sua parlantina e il desiderio di avere quanto spetta a chi diversamente da lui si è costruito un futuro, vorrebbe mettere in secondo piano le sue mancanze. E in qualche modo ci riesce, perché non lavora per tutta la vita e sopravvive dignitosamente, inoltre ritrovando la sua ex moglie conosce una figlia che non sapeva di avere, gli si offre così una sorta di famiglia per combattere la depressione dovuta alla condizione di assoluta solitudine dopo la morte dei genitori. Il messaggio è chiaro: il sistema permette anche alle persone fallite come Wilson di avere, senza fare né sacrifici, né fatiche, quanto serve per almeno illudersi di essere felici. Il nostro in realtà non cerca la felicità, ma solo un riscatto dalla mediocrità in cui è precipitato e lo si intuisce benissimo, perché sempre si rivela incapace di apprezzare il bene che gli viene offerto. Il mondo di Wilson è realizzato attraverso un disegno che ripropone il segno pulito e lineare, da sempre caratteristica dell’autore. Uno stile grafico semplice, ma che attrae l’attenzione del lettore rendendo più piacevole e immediata la comprensione del testo.