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Yara

Yara. Il true crime

26 novembre 2010, Brembate di Sopra, poco meno di mezz’ora da Bergamo. Fa un freddo pungente, “il nevischio è duro e sferza”, è tardo pomeriggio ma pare notte. “Qui è tutto edilizia, sono tutti edilizia. (…) Sfrecciano, i furgoni, si infilano nelle perpendicolari, svaniscono nel buio. Appena si esce dall’abitato il buio è impenetrabile. Solo i furgoni chiari lo rompono, sembrano fosforescenti. Poi svaniscono”. In un bar sotto i portici un uomo osserva tutto con attenzione. Non è un’attenzione normale, la sua. Ha uno sguardo che fa pensare a un giornalista, a un agente dei Servizi, a un viaggiatore del tempo: eppure non è nessuna di queste cose. Forse. Esce dal bar, cerca un bancomat, si inoltra in una via di villette mono o bifamiliari, via Rampinelli. Per strada non c’è nessuno. Tranne, ad un certo punto, una donna. “È minuta, è pallida. Capelli corti, alla maschietta. (…) La donna cammina nervosamente. Parla. Al telefono. Chiama e richiama: non le rispondono”. Si dirige al vicino centro polisportivo con passo svelto e nervoso, l’uomo la segue in silenzio. Entra, si lascia le scale verso il bar sulla destra e va dritta, verso la palestra, apre la porta, domanda: “Dov’è Yara? Avete visto Yara?”. Parla fitto con tutti. Cerca la figlia tredicenne, che è uscita di casa alle 17.20 per recarsi proprio là alla polisportiva per consegnare uno stereo da usare nelle sessioni ginniche. Lo avrebbe dovuto portare la sorella maggiore, Keba, ma Yara ha insistito, voleva vedere le ragazze più grandi allenarsi. La madre però le ha dato il permesso di restare solo fino alle 18.30, invece sono le 19 passate e la ragazzina non è tornata a casa. Anche se tutti dicono che dalla palestra è uscita, pochi minuti dopo quell’orario, quasi puntuale. È uscita, ma non è mai giunta a destinazione. Dov’è? Il padre sta girando in macchina tutta Brembate: strade, vicoli, i campi sterminati, “consumato dal fuoco dell’ansia, del panico che va trattenuto”, ma niente da fare: Yara non si trova. Alle 20.30 vengono allertati i carabinieri. Vodafone fa sapere che il cellulare di Yara si è spento alle 18.55, allacciando la cella di via Ruggeri, a Brembate di Sopra. Ma la madre smentisce, ha chiamato la figlia alle 19.11, il telefono ha squillato a vuoto: i tabulati daranno in seguito ragione alla signora. Inizia così uno dei casi di cronaca nera più sconvolgenti della storia italiana, anzi un caso che quella storia ha contribuito a cambiarla, più di quanto si creda…

Una ragazzina viene rapita da un adulto, da un predatore sessuale. Rifiuta le sue profferte, reagisce al suo tentativo di stupro e viene uccisa, sullo sfondo di un enorme e desolato pratone di un’area industriale della provincia italiana. Un crimine mostruoso, ma purtroppo tutt’altro che inedito. Eppure il terribile destino di Yara Gambirasio ha avuto un impatto profondissimo sull’immaginario collettivo del nostro Paese, un impatto epocale che ha trasceso la prima inevitabile fase di morbosa attenzione mediatica, è andato oltre. Il primo tema è quello dell’invisibilità dell’orrore. E il libro ha infatti “lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono”, come recita la frase della Seconda lettera ai Corinzi che Genna ha posto in esergo. Perché Yara è invisibile. Lo diventa almeno, invisibile, dalle 18.40 circa di quel 26 novembre, quando esce dalla palestra dove faceva ginnastica artistica e dove quel maledetto pomeriggio è andata a portare uno stereo. Scompare, “rubata” da una forza senza nome, e diventa oggetto di una ricerca che non è solo quella degli inquirenti ma quella di una intera nazione. Riapparirà il 26 febbraio del 2011, e solo per caso. Ma proprio da quel momento partirà un’indagine senza precedenti al mondo, basata tutta sulla ricerca sul territorio dell’uomo – incensurato – a cui appartiene il DNA presente in alcune delle tracce biologiche rinvenute sul cadavere della povera Yara, ribattezzato Ignoto 1. Le procedure d’indagine poliziesca consuete rimangono sullo sfondo, il controllo passa ai genetisti, agli anatomopatologi, alla scienza, ai camici bianchi. La biometria entra prepotentemente nelle nostre vite, di più: diventa un potere che si affianca gradualmente a quello giudiziario, lo compenetra. Cambiamento epocale quanto lo era stato quello nel rapporto tra società e media catalizzato dalla tragedia di Alfredino Rampi raccontata (assieme a tante altre cose) dallo stesso autore nel suo memorabile Dies Irae. Il testimone di questo cambiamento è qui un narratore onnisciente che non è propriamente narratore – perché è ben dentro il plot, lo segue passo passo, lo vede avvenire – e non è per niente onnisciente, perché segue le indagini con la stessa ansia di tutti. È “un Io onnipresente, ma impotente, condannato a una testimonianza che non è mai totale”. Ed è anche il segreto della bellezza letteraria di questo “true crime”, la sfida vinta. Lo sguardo dell’autore si insinua “tra le linee” – per usare una metafora calcistica –, sta dietro le quinte e ha accesso a sufficienti informazioni riservate da poter ragionare sui fatti con acutezza, vederli in trasparenza, ma non abbastanza da rintracciare una simmetria nella non linearità dei terribili accadimenti. In un’intervista a “Metis Magazine” Genna avverte: “Non mi interessa scavare in verità eventualmente sepolte, al modo dell’inchiesta o del documentarista che pratica una lettura interpretativa in termini di indagine, discettando sulla giustezza o meno dell’andamento storico e del giudizio che ne è emerso. Al contrario io mi occupo di raccontare una tragedia, che è stata e quindi è, cioè l’ultimo mito possibile della nostra contemporaneità. (…) Mi interessa questo racconto. E mi importa di fornire un risarcimento poetico a chiunque abbia sofferto, in questo caso trasformato in un massacro della privatezza e della privazione”.