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Zamir

zamir

In principio fu il botto! L’universo della coscienza dilaniata si compose così degli innumerevoli, divergenti frammenti causati da quell’esplosione. La bomba, lo shrapnel che diede inizio a tutto. Così viene al mondo Zamir, pronome personale senza volto, coscienza implosa sotto il carico del male. In un campo di profughi siriani, in uno dei tanti focolai di conflitto sul pianeta viene al mondo Zamir. Una nascita, che come quella dell’universo, deflagra con un’onda lunga di dolore e sofferenza. Non ha volto Zamir e per questo è il volto perfetto delle campagne di solidarietà, delle raccolte fondi, dei teatrini costruiti per suscitare la pietà del mondo civilizzato e sazio, per estorcerne l’elemosina che fa da lavacro alla coscienze. Non sa ridere né piangere, Zamir, volto impassibile che non ha l’espressione adatta a rispecchiare il mondo violento che lo ha accolto. La sua vita, quindi, non potrà che essere una ricerca di un volto, di un’espressione e di un’identità. Cercare di placare l’onda sismica di quell’esplosione primigenia, attenuarne gli effetti, silenziarne il fragore. La pace diventerà il lavoro di Zamir. Entrare in ogni attrito, in ogni contesa, in ogni guerra aperta e mettere in campo tutti gli strumenti possibili per fermare le armi. Tacitare le esplosioni. Anche i raggiri, gli inganni, le false promesse: tutto può essere utile a costruire una pace duratura. Acqua purificante che battezzi una nuova era per l’umanità…

Terzo titolo tradotto in italiano del turco Hakan Günday (tutti per Marco y Marcos), Zamir, come i precedenti due romanzi, entra a piedi uniti nelle ferite del presente e della storia. Tocca nervi scoperti con dosi di beffarda ironia e iper-realismo. Nel precedente Ancora ci si addentrava nei mondi oscuri che muovono il mondo delle migrazioni. Qui, pur mantenendo uno sguardo sullo stesso tema, il focus si concentra sulle guerre, sui traffici di armi, sui conflitti e sulla macchina economica che li tiene in vita e li sospinge. C’è una critica feroce al mondo della cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari. Critica non tanto agli scopi etici che reggono questo settore, quanto all’ipocrisia strutturale di un settore che per prosperare e funzionare ha bisogno di sempre nuovi conflitti e sempre nuovi diseredati. “Questo settore poteva prosperare solo in luoghi in cui non vi fosse una distribuzione equa del reddito. Era l’ideale in una terra in cui l’individuo non era protetto dallo Stato sociale. Perché dove lo Stato si era ritirato, i poveri erano stati affidati alla pietà dei ricchi”. Dalla voce del protagonista giunge chiara in queste righe l’idea di fondo che regge il romanzo di Günday, il quale conferma qui di utilizzare la letteratura e la narrazione come un bisturi spietato e franco che dissezioni ferite purulente dell’oggi. Lo stile, come nei precedenti, è sempre nervoso e rapido, sarcastico e iperbolico, procede per accumulazione di episodi, fa proliferare tempi e spazi. Ma qui, a differenza che negli altri due precedenti romanzi, sembra mancare un centro di gravità. Il romanzo a tratti si disperde in maniera apparentemente casuale, come frammenti di uno shrapnel, e l’idea complessiva ne risulta sì chiara, ma come priva di una corrispondenza formale adeguata.

LEGGI L’INTERVISTA AD HAKAN GÜNDAY