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Ziofà

Ziofà

Un bar in un punto qualsiasi di Torino. Due amici si trovano al solito bancone, davanti a “ipposter di scarleggioanso”. Oltre che guardare le poche ragazze che entrano e se ne vanno senza degnarli di uno sguardo, non hanno voglia di fare molto altro. Forse perché è estate, ma un’estate davvero calda che “sembra di stare dentro al culo di un drago”. Anche se i draghi non esistono. Insomma, fuori c’è un caldo da star male quindi l’unica soluzione è stare seduti al bar a non fare nulla e a parlare di tutto. E con tutto, si intende proprio: tutto. Infatti i due amici ricordano “aqquando eravamo gagni senza pensieri”, discutono del “capitano Kik di Stattrek”, di “Obbama”, dei terroristi “dell’Itis” (e ricordano pure quando una delle loro madri ce li voleva mandare a studiare, all’Itis, cose da pazzi) e di questioni filosofiche importanti: se è nato prima l’uovo o la gallina, o se prima che nascesse la gallina per fare l’uovo il gallo non si sia per caso messo con un’oca. Di sogni e persone che rovinano i sogni, di politica (“minkia, tutti corrotti”) e degli esami del sangue “tricicli” e “polistirolo” compresi...

Non leggo spesso le prefazioni dei libri. O perlomeno le leggo sempre dopo averli finiti, che non si sa mai. Questa volta l’ho letta prima e mi è sembrato di esser tornata in un’aula di scienze della comunicazione: “(…) la catastrofe linguistica che riflette l’operetta morale di Masini è in realtà antropologica e politica”, “(…) la serietà catatonica, paradossale con cui (i due protagonisti) tentano in tutti i modi di essere parlati dal linguaggio maggioritario, piuttosto che utilizzare il linguaggio”. Uno spettro sociologico si aggira per queste pagine: il fantasma di McLuhan. Comincio a leggere i racconti. Ci sono questi due: uno è “zio”; l’altro, “frate”, è un po’ “picio”. Ogni tanto c’è “amo”, che è la tipa di zio. In ogni caso, questi due si fanno dei gran discorsi fra un chupito e un ginlemoncontrol, anche se sembra si facciano solo le canne perché si lanciano in questioni da stand up comedy demeziale, tipo: “Ò ma semmimetto accontare e non smettoppiù, che succede?” “Minkia, che chiamano la neuro, zio”; “Tutte le mattine […] vedo la mia faccia da picio che mi fissa nello specchio. Ma mika lo so se sono io. Minkia è una settimana che vado in para con ‘sta storia” “Tipo chessei un fantasma?” “Maqquale fantasma, ziofà. Chennonposso mai vedermi davvero. Lo specchio mica sono io”. Cerco un minimo comun significante che unisca la prefazione altisonante e i piccoli sketch racchiusi in Ziofà. Gnente. È un libro divertente, un gioco che nasce da una serie di post su Facebook dell’autore, Jacopo Masini, grande amante della città di Torino e ufficio stampa della casa editrice SaldaPress, appassionato di storie brevi (ultimamente condivide su Facebook e Twitter le sue ciniche “fiabe brevissime”). Ziofà è un divertissement sboccato che strizza l’occhio al nonsense, in cui si snocciolano beceri luoghi comuni trasformandoli in gag comiche. Ma perché in Italia è così difficile prendere un libro per quello che è, senza costruire sovrastrutture “importanti” che ne giustifichino la pubblicazione? Perché, ziofà, non siamo nemmeno liberi di leggere un libriccino che se qualcuno ci chiede di cosa parli possiamo rispondere con un liberatorio: “Boh minkia, di niente, però fa ridere”?