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Zona Franca

Zona Franca

Gabriele ha ventisei anni ed è a bordo di un volo di linea con destinazione Lisbona, la città che ha scelto per ricominciare per l’ennesima volta da zero e per lasciarsi alle spalle Barcellona, che ormai per lui è troppo satura di ricordi. A bordo dell’aereo la sua attenzione è catturata da una giovane che mastica lentamente una gomma e ascolta musica in cuffia. La visione di quella sconosciuta gli riporta alla mente Ari, la ragazza austriaca di cui è stato innamorato, e per associazione le altre persone che hanno contrassegnato la sua permanenza a Barcellona: Mario, l’amico italiano sempre alla ricerca di nuove esperienze, e Sophie, la bella francese con la pericolosa abitudine di tagliare i semafori rossi. Mentre l’aereo prosegue il suo viaggio Gabriele ripensa a come le cose, quando si è da soli, facciano più paura, a come lui non abbia mai trovato il coraggio di tagliare il semaforo anche se più volte la tentazione si è fatta sentire. Ripensa a quegli attimi, subito dopo aver tagliato il rosso, nei quali lui e Sophie si sentivano “in un tempo sospeso; una specie di limbo in cui il rosso era acceso da entrambe le parti: una frazione di secondo che non apparteneva a nessuna carreggiata. In quegli attimi, la macchina apparteneva a tutto e a niente”. E anche lui e Sophie, a bordo di quella macchina, si sentivano in una zona franca, in uno spazio indefinito: ma era proprio quella condizione sospesa a farli sentire così selvaggiamente in contatto con la loro natura più autentica...

Nel 1992 l’antropologo Marc Augé introdusse nel dibattito sociologico contemporaneo il fortunato concetto di “non-luoghi” per definire tutti quegli spazi, sempre più diffusi nelle nostre società, che non sono contraddistinti da una precisa identità culturale, storica e relazionale. Sono i luoghi destinati agli spostamenti, come ad esempio gli aeroporti o i grandi mezzi di trasporto, attraversati da individui che, costantemente in viaggio verso un “altrove” reale o simbolico, non cercano in alcun modo di mettersi in relazione con gli altri e con l’ambiente circostante. Zona franca, romanzo di esordio di Alessandro Rosato, si pone fin dal titolo in assonanza con l’analisi di Augé. La zona franca di cui ci parla Rosato è una dimensione al tempo stesso reale e metaforica: reale in quanto lo spazio aereo è per definizione una dimensione sospesa a metà tra la città di partenza e quella di arrivo, metaforica perché la medesima sospensione si applica anche alla vita di chi, come Gabriele, vive con la valigia perennemente pronta, sempre alla ricerca affannosa della propria identità. Eppure è proprio dalla frequentazione di quella zona franca che possono emergere, in una sorta di sublimazione, frammenti che vanno a disporsi in una configurazione coerente e ricca di significati. Ed è sempre in quella zona franca che gli intrecci del caso possono dar vita a incontri per certi versi improbabili e per altri versi fatali. Incontri che cambiano il significato di una intera esistenza, ridisegnando le mappe interiori con la stessa velocità con cui i panorami si avvicendano dai finestrini di un aereo in rotta verso una meta finale che non è detto debba coincidere con quella inizialmente programmata.