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Zucchero bruciato

zuccherobruciato

I primi sospetti Antara ha cominciato ad averli un anno fa, quando la domestica della madre la chiamava spaventata e le raccontava che la donna si aggirava per casa durante la notte per cercare delle traverse di plastica da mettere nel letto, in modo da evitare danni nel caso la figlia lo bagnasse. Antara non ricorda se da bambina le capitasse di bagnare il letto o meno, ma di sicuro c’è che anche nella follia sua madre Tara riesce a umiliarla. A volte, poi, capita che la donna non riconosca la postina quando suona il suo campanello, oppure che dimentichi come si pagano le bollette o lasci l’auto nel posto macchina sbagliato. Dilip, il marito di Antara, è dell’idea che la donna abbia bisogno di esercitare la memoria. Allora la figlia prepara una serie di foglietti, su ci scrive storie del passato della madre, e le dissemina per l’appartamento. Capita che Tara li trovi e si lamenti, ridendo, dell’orribile grafia di sua figlia. Il giorno in cui non riesce a ricordare il nome della via in cui ha vissuto per vent’anni, Tara acquista una confezione di rasoi, chiama la figlia e le spiega che non esiterà a usarli. Poi scoppia in lacrime. Antara pensa sia terribile essere consapevoli del proprio tracollo ed essere costretti a guardare la propria vita mentre pian piano scivola via. Il medico presso cui Tara è in cura spiega ad Antara che nei pazienti affetti da Alzheimer compaiono depositi di proteine che si chiamano placche amiloidi. Nella risonanza fatta a sua madre ancora non si vedono, ma il fatto che Tara stia perdendo la memoria è fuori di dubbio. I rapporti tra Antara e sua madre non sono mai stati sereni. Da bambina ha sofferto per colpa di Tara e qualunque pena la donna abbia sopportato in seguito è sempre parsa alla figlia una sorta di redenzione, un modo per ripristinare il giusto ordine tra causa ed effetto. Ma ora non può più pareggiare i conti con lei, anche se la compassione che Tara suscita negli altri scatena in Antara una sorta di fastidiosa acredine…

È un esordio, ma non sembra affatto tale. Il romanzo di Avni Doshi - autrice americana, attualmente residente a Dubai, nata nel New Jersey da immigrati dall’India - è un vero e proprio caso letterario e il “New York Times” l’ha inserito tra le migliori pubblicazioni dell’anno, perché le frasi in esso contenute sono “taglienti come bisturi e altrettanto precise e devastanti”. Pubblicato in India, prima di conquistare il pubblico internazionale, con un titolo diverso - Girl in white cotton - che richiama la simbologia orientale legata ai colori (il bianco indica il lutto e rappresenta, allo stesso tempo, un atto di ribellione della madre della protagonista che, da giovane, afferma la propria diversità indossando abiti in questo colore), il libro racconta la memoria, la malattia e il rapporto irrisolto, disturbato e disturbante tra una madre mai del tutto cresciuta e una figlia che, al contrario, ha dovuto farlo troppo in fretta. L’Alzheimer è una malattia pesante, che stravolge ogni ruolo, lo inverte e costringe a fare i conti con il proprio passato e quello di chi ci sta accanto: ecco quanto accade a una madre, Tara, assente dal punto di vista emotivo e ossessionata dal bisogno di rompere le regole e ribellarsi, e una figlia – Antara - antitesi della figura materna e costretta ad abitare realtà diverse, ma tutte dominate da un profondo senso di solitudine. Alternando ricordi del passato - gli anni trascorsi nell’ashram, la fuga, il collegio, la casa dei nonni - alla complessa quotidianità presente, fatta di foglietti lasciati in giro per casa per frenare la caduta libera della memoria, dei silenzi di una complessa vita coniugale e della ricerca di un’identità sempre più in crisi, la Doshi mostra al lettore due personaggi davvero peculiari, verso i quali l’empatia non è né semplice né immediata. Racconta di una società ancora fortemente patriarcale - gli uomini raccontati nel romanzo sono fortemente egocentrici - e sfida qualsiasi tabù risulti ancora collegato ai concetti di moglie e di madre. Una maternità malata, irrisolta e tossica che altro non è che il riflesso di ciò che si è subito e vissuto. Un’eredità affettiva dalla quale non si può sfuggire e che spinge il lettore a porsi un’altra domanda chiave che sottende l’intera narrazione: quanto sono affidabili i ricordi di ciascuno di noi? E che senso ha l’esistenza senza ricordi? Una profonda riflessione sulla memoria, quindi, e sul peso che essa ha nella vita di ciascuno e nel tentativo di realizzarsi. Una lettura potente, complessa e avvincente, che lega il lettore alla pagina e lo spinge a interrogarsi sull’annosa questione della costruzione della propria identità.