La città d’oro

Rudolph August Berns nasce a Uerdingen, a un tiro di schioppo dal Reno, nel 1842. È il primogenito del commerciante Johann Berns, che gestisce con suo padre Wilhelm una fiorente bottiglieria, e di sua moglie Caroline. Il vecchio Wilhelm, vedovo da un po’, pensa solo al lavoro e trascorre gran parte del suo tempo nella bottega, che è al piano terra della casa in cui abita tutta la famiglia. “Dopo una vita a Uerdingen sapeva tutto di tutti, di ogni genitore, figlio, nonno e animale domestico, persino i peccati, le debolezze, le necessità e le preoccupazioni. Anche se si parlava soltanto di vino”. Il nonno chiama quel nipote un po’ svagato “Hans Guarda-per-aria”, dal nome di un personaggio di un libro che ha regalato al bambino. Rudolph si perde continuamente in sogni ad occhi aperti, inventa storie di “cavalieri neri, di fuochi fatui (…), di spettri (…), di mostri marini, draghi e simili” e avverte sin da piccolo “uno speciale legame con le leggende delle epoche passate e con le loro mitiche ricchezze”. Le giornate più belle per lui sono quelle in cui il padre lo accompagna in riva al Reno: qui Klipper Eu, lo scemo del villaggio (il padre dice da giovane è stato un marinaio e ha girato tutto il mondo), insegna al ragazzino a cercare polvere d’oro nel fondo ghiaioso della riva del fiume. Rudolph sente parlare per la prima volta di Berlino il giorno del funerale del nonno: malgrado i timori della moglie, Johann Berns vuole aprire una bottiglieria in città, a Friedrichstadt, precisamente in Leipziger Strasse. Il locale va a gonfie vele e il liquore al doppio ginepro di Uerdingen diventa di moda a Berlino, malgrado non piaccia a nessuno: “tuttavia la bottiglia era gradevole alla vista e il prezzo elevato lasciava intuire che si trattasse effettivamente di qualcosa di raffinato e distinto”…

Nel 2008 il ricercatore italo-americano Paolo Greer ha scoperto nell’archivio della Biblioteca Nacional del Perú una serie di documenti su di un certo A. R. Berns, che risultava aver fondato una società denominata “Huacas del Inca” e soprattutto – a quanto pareva da numerose cartine disegnate di suo pugno – risultava aver scoperto la collocazione precisa di Machu Picchu più di trent’anni prima di Hiram Bingham, che tradizionalmente fino a quel momento era considerato lo scopritore delle rovine della leggendaria città Inca. Il ritrovamento di Greer ha fatto scalpore nell’ambiente archeologico, e ha molto incuriosito la tedesca Sabrina Janesch, che ha iniziato a fare ricerche sull’argomento in loco e nel diario di Bingham, alla data del 2 agosto 1911, ha trovato una straordinaria conferma delle scoperte di Greer: una annotazione dell’esploratore statunitense su un misterioso anziano tedesco incontrato alle pendici di Machu Picchu, nell’insediamento di Mandor. Questo il fascinoso punto di partenza del romanzo della Janesch, che cerca di “riempire i vuoti” dell’esistenza di Berns, dalla sua infanzia al viaggio in Sudamerica. Una sorta di docufiction che però la giovane scrittrice tedesca cerca di allineare – per atmosfere, linguaggio, ritmo narrativo – ai grandi romanzi d’avventura e d’esplorazione ambientati (o scritti) tra Ottocento e Novecento. Una scelta stilistica tutto sommato corretta che però abbisogna di polso fermo e grande maturità: la Janesch non è Michael Chabon né Matthew Pearl e va un po’ in sofferenza, incappando in qualche passaggio un po’ statico e involuto, quando non addirittura confuso. Nei momenti in cui invece il motore va a pieni giri, La città d’oro è godibile e raffinato quanto basta.



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