Troppa fortuna

Troppa fortuna
C’è una ragazzina di dieci anni che ci racconta della sua vita. Una vita che scorre apparentemente in modo molto fortunato. Con la sua famiglia - padre, madre, sorella adolescente, due cagnolini e un uccellino - vive in un paesino della Francia. Ma non si considerano come gli altri abitanti: “Siamo meno addormentati di loro. Cerchiamo di rimanere vivi. Non vivi come il contrario di morti, ma vivi come il contrario di ignoranti”. Questa grande “ presunta” fortuna deriva dagli insegnamenti di Maurice Lepoivre, un maestro del “Lavoro su di noi”. Nei weekend passati nella sua “grande casa”, c’è molto da imparare. Non si portano giocattoli, ma si fanno degli esercizi, come strappare le erbacce dalle mattonelle senza parlare o raccogliere le ciliegie senza mangiarne nessuna. La gente comune, al contrario, gioca, parla forte e si sbellica dalle risate. “Non sta bene parlare forte. Noi non facciamo mai rumore. Non gridiamo mai nel giardino di Maurice Lepoivre”. Il maestro, dai lunghi capelli bianchi, adora i bambini ed è davvero gentile a preoccuparsi di loro. Ha fatto costruire una cassetta solo per “i ragazzini del Lavoro su di noi” in modo che siano separati dagli adulti. Lui ama guardarli mentre fanno il bagno, li bacia sulla bocca e alcuni, quelli che la ragazzina ritiene molto più fortunati di lei (come sua sorella) li porta in un tempio dedicandogli attenzioni particolari. Per accedere alla grande casa bisogna sapere che “nel grande portone davanti alla drogheria c’è uno sportellino segreto dove puoi infilare la mano per tirare una levetta e aprire la porta pesantissima e altissima. Se non lo sai, non puoi vedere che c’è uno sportello. è un passaggio segreto per la gente non comune come noi…”. Nessuno deve sapere della grande casa. I nonni, gli zii e le amiche di scuola della protagonista sono all’oscuro di tutto e lei deve resistere alla tentazione di dirglielo. Questa fortuna è solo per alcuni, fuori dal comune, come lei… Ma cosa succede quando i bambini crescono e Lepoivre proibisce l’accesso alla sua dimora? Per la ragazzina i weekend passati da sola diventano lunghi e colmi di solitudine. Dubbi e domande si affollano nella sua mente. “Cos’è una setta, mamma?” domanda un giorno. La mamma risponde in modo vago e, con voce da fantasma (caratteristica degli allievi del “Lavoro su di noi”), le dice che pensa troppo. E lei prova a  consolarsi: “Aspetto, e non faccio più domande. Un giorno capirò”… Ma cosa capirà un giorno questa ragazzina la cui vita è piena di misteri, strane regole e privazioni (non può guardare la tv, giocare nel cortile, incontrarsi con l’amica Charlotte al di fuori della grande casa)?...
Probabilmente ha già capito molto di più di quanto poteva o doveva. Le parole di Hélène Vignal ci introducono con molto cautela nel mondo di questa bambina che, come accade a molte sue coetanee, vive sprovvista di figure adulte che possano accompagnarla in un sereno percorso di crescita. Gli adulti, anche se quando ci sono, non svolgono funzioni di cura e protezione, anzi, al contrario, si mostrano assenti, abusanti e maltrattanti creando delle fratture drastiche nel corpo e nella psiche. La disperazione della protagonista che si sentiva troppo fortunata - soltanto così poteva raccontarsela per poter andare avanti - alla fine della storia diventa insostenibile. Inizia ad aver fame, “non fame di qualcosa da mangiare, fame di stare meglio”. Così quando la cagnetta della sorella muore e ancor una volta si trova tutta sola ad affrontare una situazione più grande di lei, decide di andare a suonare alla grande casa. Da sola non può farcela, ha bisogno dei suoi genitori, che gli vengono, purtroppo negati. Così si butta tra gli alti campi di granturco piangendo e pensando che sia tutto finito. Non ha più voglia di vivere. Vorrebbe solo che la ritrovassero lì e “mi prendessero piano piano come se fossi ferita e che mi avvolgessero in una coperta e mi aiutassero a camminare fino a casa baciandomi ogni trenta secondi”. Il testo della Vignal - di sicuro non adatto ad un pubblico proprio giovanissimo sia per le tematiche affrontate sia per alcuni passaggi in cui il linguaggio si fa più duro - ci pone nella prospettiva ingenua di una bambina di dieci anni che è impotente di fronte a quello che le accade. I passaggi in cui la protagonista ci parla delle attenzioni di Lepoivre nei confronti di alcune ragazzine, senza rendersi conto di parlare di abuso, sono duri, proprio perché la tenerezza si mescola con la crudezza delle situazioni. È questo il punto di vista che ci fornisce l’autrice, e ci riesce senza diventare mai banale (e il rischio era grosso). I molti misteri presenti nel racconto si svelano gradualmente catturando tutti i sensi del lettore. Le intense tavole di Giovanni Nori che rendono visibili, senza possibilità di equivoci, le emozioni più intime della bambina (impotenza, claustrofobia, paura). Quella bambina che alla fine desidera soltanto essere meno fortunata e assomigliare alla gente comune per poter giocare in cortile.

 

 

 
 
 
 
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