Guardaroba

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Jane tiene i suoi vestiti dentro un vecchio armadio bretone ormai privo di serratura; in passato apparteneva a suo nonno, che lo aveva costruito come dono di nozze per la sua sposa. Le ante sono piene di intarsi (particolarmente in rilievo degli uccelli con una grande cresta, e due profili, quelli di un uomo e di una donna) e il fondo ormai devastato dai tarli. Jane ha un rapporto quasi viscerale con la stoffa: quando viveva in Francia andava spesso a trovare la zia paterna che era modellista; sua nonna ricamava, mentre sua cugina faceva la merciaia. Ago, filo, forbici elettriche, carta velina: quando era piccola le piaceva vedere tutti questi strumenti disposti sul tavolo da lavoro, mentre suo zio disegnava le sagome alte e slanciate delle “indossatrici dell’epoca”: gamba destra in avanti, braccio sinistro piegato, leggermente di profilo. Jane ricorda gli abiti tradizionali indossati dalla sorella di sua madre, la zia del Bigouden: pochi capi, spessi, pesanti. Giacca di panno, gonna ampia, grembiule color ardesia e un copricapo che metteva per andare in città. Niente profumo o trucco. Niente vanità, solo tradizioni e lavoro durissimo nella fattoria. Il padre di Jane vestiva in modo frugale, solo per necessità, tenendo gli abiti fino alla loro completa usura (se una cintura gli si rompeva, teneva in piedi i pantaloni con lo spago); spesso era lei a regalargliene, e l’uomo era sollevato dal fatto di non dover scegliere il guardaroba da solo. Aveva un colore preferito però, il blu. Sua madre invece era sempre elegantissima, con mise perfette che ne sottolineavano la figura: tailleur a falde lunghe, abiti di tulle, pantaloni Capri, abiti da cocktail che indossava per lo più durante i soggiorni all’estero, quando era molto lontana dalla Francia. Alla scomparsa dei suoi ‒ prima suo padre, poi sua madre ‒ è stato difficile dover scegliere gli abiti con i quali sarebbero stati sepolti; per sua madre ha scelto dei vestiti da notte ‒ una liseuse azzurra e delle lenzuola ricamate ‒ mentre per suo padre camicia e cravatta, abiti da città. Impossibile conservare tutti gli abiti appartenuti ai suoi genitori: come tutti i parigini, Jane non ha tanto spazio in casa, e poi è doloroso immaginare un vestito come un sostituto della vita, anche se a volte sembra ancora emanare il profumo del corpo che lo ha ospitato...

Un abito non è solo un pezzo di stoffa che serve a proteggerci dalle intemperie o a renderci invulnerabili agli occhi del mondo. Un abito è il depositario della nostra anima: un involucro dal forte potere evocativo, qualcosa che ci identifica e ci dà corpo. Un armadio è un po’ come un libro: vestiti, borse, gioielli, sciarpe,scarpe, intimo... ogni cosa al suo interno racconta una storia, la nostra; racconta di ciò che siamo e di ciò che siamo stati, trasformandosi talvolta in una tomba; come la moda che, in generale, è lo specchio di un’epoca, e ne accompagna i cambiamenti, il pensiero sociale e politico. Trovarsi davanti ad una mole di abiti, per lo più dismessi; una varietà infinita di modelli, tessuti, colori; per ogni abito c’è un aneddoto, ad ognuno di essi corrisponde un emozione, un dolore, un rimpianto; e la riflessione, da intima e personale, si allarga diventando universale. È quello che fa Jane Sautiére ‒ autrice francese dalla penna elegante e delicata ‒ con il suo Guardaroba , una sorta di originale e raffinato inventario dell’anima. Per chi ci si veste? E quale messaggio vogliamo mandare al mondo attraverso il nostro modo di abbigliarci? Siamo conformisti, seduttori, ribelli, solidali con gli altri, rispettosi della natura, amanti degli animali? Ci soffermiamo mai a chiederci cosa, ma sopratutto chi c’è dietro a quel capo tanto in voga che agogniamo di possedere? A volte, capita anche che la nostra individualità sia obbligata ad eclissarsi dietro all’esercizio delle nostre funzioni: indossando una divisa (a scuola, nei luoghi di lavoro, nei penitenziari) per esempio, in nome di un’obbedienza alle norme sociali che di solito non porta mai a qualcosa di produttivo. Ad amalgamarsi alle numerose e interessanti riflessioni, ci sono i ricordi personali dell’autrice, che ci parlano di un mondo lontano, l’Oriente: la sua infanzia in Iran, l’adolescenza in Cambogia, dove le stagioni erano ridotte e le temperature sempre alte; dove si andava a piedi nudi e si indossavano sempre abiti leggeri, e le mani laboriose delle sarte cucivano i vestiti a mano, tentando di emulare la moda francese. Ma raccontano anche di un profondo amore per la Francia (la sua terra d’origine nella quale sceglie di passare la sua vita da adulta, lavorando come educatrice penitenziaria): un luogo, dice la Sautiére, dove è una fortuna poter ancora godere dell’avvicendarsi delle stagioni. Con un unico rimpianto: patire il grande freddo parigino a causa della difficoltà a coprirsi. Come se il corpo, memore di tempi ormai lontani, abituato alla libertà e alla leggerezza, rifiutasse di essere fasciato in qualcosa di troppo ingombrante.

LEGGI L’INTERVISTA A JANE SAUTIÉRE



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