L’incanto del pesce luna

L’incanto del pesce luna

Gonzalo ha trovato le maschere animalesche nel solito emporio cinese. Una rana, un pesce palla, un elefante, una scimmia. Dentro i costumi ci sono un bambino, un commercialista, un tornitore sordomuto e un volontario di parrocchia. Sono stati adescati da Gonzalo per partecipare a quello che credono essere un avvincente gioco sessuale. Ma quando entra la Signorina Marisòl, non riescono a trattenere lo stupore: saranno il sollazzo erotico di una vecchietta tutta grinze, inerme e profondamente addormentata. Tuttavia, nonostante l’incredulità, nessuno dei quattro si tira indietro. E neppure potrebbero, perché ormai il gioco è iniziato. La Signorina inizia a svegliarsi: le mandibole cigolano, i denti sfregano, la lingua sciaguatta vogliosa nella bocca decrepita. Gonzalo intanto si volge verso il mobiletto giradischi e fa partire Il pleut dans ma chambre di Charles Trenet. I quattro mascherati ridacchiano della situazione in cui si sono andati a infilare; in fondo stanno per avere un amplesso con un’ottuagenaria, mentre in sottofondo scorre una melodia di un’altra d’epoca. Ma la Signorina inizia a sussultare, presa da quelle che sembrano convulsioni. Si mette a sedere sul bordo del materasso e guarda Gonzalo, facendogli capire con gli occhi che è felice di vederlo. Rimbocca le maniche della camicia da notte. Due rigagnoli sanguinolenti le cadono dagli angoli della bocca. La vecchia si scaglia contro i quattro ospiti, spaventati a morte. Nel giro di pochi minuti li ucciderà uno a uno, smembrandoli e placando la sua fame. Sarà poi compito di Gonzalo raccogliere i resti del banchetto per disfarsene…

L’incanto del pesce luna di Ade Zeno è il terzo romanzo dell’autore torinese, dopo Argomenti per l’inferno (No Reply, 2009, finalista al premio Tondelli) e L’angelo esposto (Il Maestrale, 2015). Avvalendosi di una lunga esperienza come cerimoniere presso il Tempio Crematorio di Torino, Zeno riesce a tratteggiare con maestria la discesa all’inferno e il conseguente tentativo di redenzione di Gonzalo, anch’egli cerimoniere dalla professionalità indiscutibile, che per amore di una figlia in coma permanente sacrifica il proprio lavoro, il proprio matrimonio e la propria umanità. L’impasto del racconto è un’abile calibratura di malinconia, cinismo e orrore. Alle descrizioni del forno crematorio e del cannibalismo della Signorina Marisòl, fa da contraltare l’amore paterno verso la figlia Inès, con i suoi strascichi nostalgici e le ferite mai rimarginate. Gonzalo diventa un mostro per amore di un essere indifeso, per proteggere la lontana speranza che la Inès possa un giorno svegliarsi dal suo letargo. Egli, in fondo, è stato scelto da Marisòl come collaboratore perché l’“essenza della sua fame” era uguale alla sua: un istinto insopprimibile (per Gonzalo significa proteggere la figlia, ad ogni costo) che sprofonda chi lo avverte nel proprio inferno, “un luogo scomodo, pericoloso e pieno di scheletri”, ma pur sempre “l’unica casa possibile”. Gonzalo, arrivato sul fondo del baratro, si ribella al cinismo e all’indifferenza che ammanta Marisòl e la sua potente famiglia, conscio che per lui c’è ancora un’occasione di redenzione. Il pesce luna, il protagonista di una favola che raccontava sempre alla piccola Inès, rappresenta proprio questo: quando attorno regna la catastrofe, è ancora possibile “spazzare via la tristezza una volta per tutte e ricostruire ogni pezzetto del nuovo mondo”. È ancora possibile salvarsi.



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