Alfred Hitchcock, regista inglese trasferitosi negli Usa dopo i primi quindici anni di carriera è probabilmente uno degli uomini di cinema più celebri al mondo. Più dei suoi attori e perfino dei suoi film. Oltre cinquanta pellicole, lavori per la televisione, migliaia di interviste rilasciate a destra e a manca: è universalmente riconosciuto - un po' come recita il sottotitolo di questo saggio - il maestro del brivido. Colui che ha teorizzato il cinema thriller e horror, colui che con "Psycho" ha sfidato ogni regola, facendo morire la protagonista dopo la prima mezz'ora di film. O ancora colui che con "I prigionieri dell'oceano" ha girato un intero film su una piccola scialuppa. È il regista de "La donna che visse due volte", il cineasta che si è fatto un autoremake con "L'uomo che sapeva troppo"...
Lo sappiamo bene tutti, Sir Alfred Hitchcock non ha bisogno di presentazioni. E allora perché scrivere un altro libro su di lui? Risposta semplice: non si smette mai di studiare un autore, c'è sempre occasione di rivedere i suoi film e trovarne chiavi di lettura differenti, inedite, geniali. Giustissimo, ma in questo caso la risposta è sbagliata. Perché il libro del bravo Riccardo Palmieri non fa niente di tutto ciò. Sarebbe quasi impossibile nelle cento pagine a sua disposizione. Come le riempie, quindi? Prende i luoghi comuni, più comuni che si conoscano del cineasta inglese e ne scrive un breve saggio: il cinema come atto voyeuristico, la passione per la tassidermia, l'attenzione ossessiva per i dettagli, le tecniche della suspense, la sceneggiatura prima di tutto, la sua passione per le donne... poche pagine, con informazioni di base, ben scritte ma certo non approfondite. A che serve un lavoro del genere? Risposta altrettanto semplice: in occasione dell'uscita del film "Hitchcock" di Sacha Gervasi era necessario avere in libreria un volume, fresco di stampa, poco impegnativo, per coloro che volessero avvicinarsi all'universo di un regista tanto celebre. Niente di nuovo, ma non è certo un peccato.
Lo sappiamo bene tutti, Sir Alfred Hitchcock non ha bisogno di presentazioni. E allora perché scrivere un altro libro su di lui? Risposta semplice: non si smette mai di studiare un autore, c'è sempre occasione di rivedere i suoi film e trovarne chiavi di lettura differenti, inedite, geniali. Giustissimo, ma in questo caso la risposta è sbagliata. Perché il libro del bravo Riccardo Palmieri non fa niente di tutto ciò. Sarebbe quasi impossibile nelle cento pagine a sua disposizione. Come le riempie, quindi? Prende i luoghi comuni, più comuni che si conoscano del cineasta inglese e ne scrive un breve saggio: il cinema come atto voyeuristico, la passione per la tassidermia, l'attenzione ossessiva per i dettagli, le tecniche della suspense, la sceneggiatura prima di tutto, la sua passione per le donne... poche pagine, con informazioni di base, ben scritte ma certo non approfondite. A che serve un lavoro del genere? Risposta altrettanto semplice: in occasione dell'uscita del film "Hitchcock" di Sacha Gervasi era necessario avere in libreria un volume, fresco di stampa, poco impegnativo, per coloro che volessero avvicinarsi all'universo di un regista tanto celebre. Niente di nuovo, ma non è certo un peccato.