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Intervista a Frank Westerman

Articolo di

Frank Westerman è un giornalista brillante, ma anche un saggista storico, ma anche un’ottima penna: i suoi libri, pubblicati in Italia da Iperborea, sono distillati enciclopedici, incursioni nella microstoria della Storia generale, con tutte le caratteristiche del metodo dell’Ecole des Annales. Al Festivaletteratura di Mantova 2025 è stato protagonista di ben due eventi. L’ho incontrato a margine della presentazione di uno dei suoi libri ed abbiamo intavolato una discussione piacevole sulle potenzialità dell’uomo e sul suo pervicace tentativo di primeggiare su tutto, anche sui suoi simili.



Dopo aver ascoltato i tuoi interventi di stamattina qui a Mantova, la domanda sorge spontanea: stiamo vivendo un momento di crisi della democrazia?
Penso che la democrazia abbia da sempre due differenti nature, una fragile e una resiliente. La democrazia non è mai al sicuro: nel ventesimo e nel ventunesimo secolo sono state e sono molte le democrazie sull’orlo del loro opposto, cioè vicine al rischio di un regime totalitario. Cerchi di ascoltare quante più voci possibili e di arrivare a compromessi attraverso il dialogo, in modo che si possa raggiungere un largo consenso. Al momento la democrazia è sicuramente minacciata, ma lo è già stata in passato. Quindi, in qualche modo, ce la faremo: la democrazia può subire delle ferite, dei danni, ma si rigenererà.

Abbiamo parlato a lungo stamattina di propaganda e censura: nell’era di internet ci sono molte più possibilità di accesso alla conoscenza ma anche molte più bugie. Come è, se lo è, possibile controllare oggi il pensiero delle persone?
La censura ha molte maschere, molti volti: può apparire come un secolo fa, quando Stalin dal Cremlino leggeva un libro o un articolo di giornale e personalmente chiamava gli interessati per “convincerli” a smettere di scrivere, o a scrivere altro. Certo, lui chiamava e chi rispondeva tremava. È successo a Michail Bulgakov. Voglio dire, autori molto importanti hanno sentito la pressione come sulla pelle, sotto la pelle. Ad un certo punto, lo scrittore - qualunque scrittore - era sottoposto a pressioni; persone che io oggi ammiro davvero sembravano trovarsi come sotto una piattaforma, li hanno messi a tacere. Eppure, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, molta pressione si è ritirata come i ghiacci dei ghiacciai. A causa della censura, a Bulgakov è stato in un certo senso sottratto un anno, dopo la sua morte, è stato un vero piacere poter leggere i suoi inediti. Quindi, questa forma estrema di censura e terrore significava non soltanto che non potevi dire questo o quello: venivi direttamente cancellato. La stessa cultura della cancellazione è una forma di censura. Succede adesso negli Stati Uniti, ma è successo anche il contrario, ovviamente, nelle università europee, dove ci sono voci più o meno conservatrici, voci che sono state messe a tacere. Questo è uno dei volti della censura odierna, molto più ibrida, molto più brutale. È il modo in cui Putin sta mettendo a tacere i suoi oppositori, e questo non si può certo chiamare censura. È un omicidio, come nel caso di Navalny. Penso che con l’Unione Sovietica ci sia stato uno stadio di controllo più raffinato ed accurato: è stata un'idea tragicamente geniale, quella di poter controllare fisicamente gli scrittori e i loro lavori. Stalin se li mise vicino per controllare ed eliminare al momento opportuno. Ma penso che la letteratura e la narrazione troveranno la loro strada. Quindi, in un modo o nell’altro, più censura imponi, più si alimenta l’inventiva.

Hai vissuto in Russia prima e dopo la caduta del Muro di Berlino e lo sfaldamento dell’URSS: qual è il livello di libertà oggi e quale è quello che c’era prima?
Non si può fare un vero e proprio paragone. Il vero cambiamento è avvenuto nel periodo immediatamente precedente alla elezione alla presidenza di Putin, quando era ancora Primo ministro. Lì cominciò il vero cambiamento. Ti faccio un esempio. Ero corrispondente a Mosca, una mattina ho ricevuto una telefonata di un certo Smirnov che mi ha detto: “Ho letto il tuo articolo bla bla bla, l’ho trovato molto interessante, ho visto che vuoi scrivere un articolo sul sindaco di Mosca, sai io lavoro per “Izvestia”, magari potremmo scriverlo insieme, dalla nostra collaborazione potremmo trarne un beneficio reciproco bla bla”. Risposi: “Ok, signor Smirnov, ma sono al momento molto occupato, perciò ti posso chiamare più tardi?”. Smirnov insistette che mi avrebbe chiamato lui. Terminata la telefonata, feci fare una verifica alla mia assistente che chiamò la redazione del giornale e … non esisteva nessun signor Smirnov! Era un primo segnale.

A proposito di propaganda e censura oggi, possiamo dire che l’era digitale, internet, i social oggi non ci consentono di avere una sola visione della storia, ma più visioni a volte confuse. È possibile arrivare un giorno ad un’unica verità?
Non credo che si arrivi mai a un punto di accordo su ciò che è accaduto nella storia. Dipende dai punti di vista. Per esempio ci sono questioni geopolitiche che riguardano il confine tra Norvegia e Russia, un tempo definito come Cortina di ferro, che in molti casi sono esemplari. Fisicamente non ci sono dei confini, ma i due mondi sono separati. È la storia di quarantuno renne che sono passate dalla Norvegia alla Russia, dopo il 2015: per farle tornare indietro al loro pastore sami (norvegese) la Russia ha chiesto 4 milioni di euro! Ma non c’è nessun confine. La Russia sta puntando molto su situazioni ambigue come questa per trarne vantaggio, come ha fatto con alcuni rifugiati siriani, che ha “invitato” ad andare in Norvegia, a patto che avessero attraversato la frontiera in bicicletta.

Ma allora esiste una sola verità o ci sono più verità?
Esistono molta verità, e credo di averlo dimostrato nel libro Bestiario artico, in cui ho scelto di raccontare delle storie utilizzando sette animali e quindi sette prospettive diverse. Prendiamo la storia dell’orso polare: da più di 400 anni fa, quando una barca olandese ne ha individuato qualche esemplare, è stato considerato sempre un mostro, un vero killer. In realtà quella volta morirono solo due uomini, ma furono di più gli esemplari di orso uccisi. Dopo il mio viaggio nelle isole di Svalbard, posso dire che è possibile una percezione diversa: non è un mostro, certo fa cose per noi mostruose come mangiare gli umani, ma è solo un orso polare che si adatta al cambiamento climatico. Ho provato un modo diverso di inquadrare le cose, una nuova e diversa narrazione, che cambia, credo che ci sia anche un famoso detto in Germania che dice che “ogni generazione ha il suo Hitler”.

Probabilmente sbaglio alla fine, ma ho cercato di trovare un punto di contatto fra i tuoi libri, un filo comune, che mi pare possa essere il tuo tentativo di raccontare l'equilibrio tra gli umani e ciò che li circonda, come stanno tentando di cambiarlo…
In un certo senso è vero: ci sono otto miliardi di persone eppure non vediamo tutti allo stesso modo. Voglio dire, non è colpa dell’orso polare se l’uomo ha invaso il suo habitat. Penso che noi navighiamo nella società, navighiamo nella giungla urbana, a volte senza una bussola o con una nostra bussola morale.

Alla fine è l’uomo l’animale più cattivo?
Certamente!

I LIBRI DI FRANK WESTERMAN