Salta al contenuto principale

Due di due

Due di due

Fine anni Sessanta in una Prima liceo di Milano. Guido e Mario, compagni di classe, caratteri ribelli ed atipici, stringono amicizia. Guido è magnetico, arrogante talvolta: è nuovo, e fa di tutto per essere novità. Mario è solitario e insofferente nell’intimo. Sono anni difficili, di generale contestazione. La musica può unire, specie quella straniera. In Italia infatti si ascolta solo roba vecchia. Come vecchie e stantie appaiono le maniere e le misure della classe docente. Ipocriti e formali. I due non possono accettare, e pur nella loro diversità si uniscono per una battaglia che ritengono necessaria e giusta. Perché la vita unisce e divide anche sentimenti solidali e solidi: la forte personalità di Guido rivelerà inaspettate debolezze e fragilità, l’apparente subalternità di Mario invece diventerà sempre più l’ossatura di una persona autonoma e vivace…

A venti anni (e poco prima) il mondo è tutto intero, mi canta Guccini, e questo tutto sommato l’ho imparato coll’eterno scorrere della lancetta. E se il cantante emiliano rappresenta con quella calda, soffusa, lirica di Eskimo il sessantotto dei ragazzi rivisti da un adulto nostalgico dell’età e non delle lotte, ebbene la canzone è colonna sonora ideale per questo testo diviso in due parti dal diverso ritmo e tenore. Due. Due strade, due vite, due. Numero imperfetto, a volte. Due percorsi, due orizzonti e due confini. Due di ogni traversata, di ogni passaggio. Mi ritrovo anche io in questo liceo dove c’è lo start, anche se i miei non erano gli anni Settanta ma solo quegli anni Ottanta, così pop, così radical chic, così anni Ottanta. Ma i professori li vedevamo alla stessa maniera e i primi amori nascevano proprio con quegli sguardi, con quelle parole a volte non dette, con quegli sgarbi e con quelle vibranti tensioni a volte solo immaginate, sempre con la musica in sottofondo. E nella classe nascevano amicizie inseparabili, coppie di puberali adolescenti, uno bello e maledetto, l’altro introverso e riflessivo. Guido e Mario sono due come noi, due come tanti, due di quelle individualità che sommate tutte assieme fanno la storia. E questa è una bella storia. Il racconto del percorso dei due si concentra nella fase decisiva dell’adolescenza in una Milano opaca e grigia, più o meno anni Settanta, e poi riprende più avanti, nella seconda parte, quando le scelte si impongono, i lacci si stringono, le pulsazioni aspirano alla regolarità, al compimento, come se ad un filo percorso da corrente elettrica prima o poi bisognasse attaccare una spina per accendere una luce e illuminare la stanza dei ricordi. Così Guido e Mario si separeranno sempre di più, pur tenendosi sempre vicini, e le due strade porteranno alla destinazione prefissata. Saremo condotti sulle vie intraprese dai due, stancamente e senza nerbo, per vedere dove arriva chi cerca una vita alternativa ma un amore instabile e chi nel suo geniale desiderio di stravolgere il mondo alla fine trova solo lo sconvolgimento della sua anima inquieta quasi irrimediabilmente destinata ad immolarsi all’irrequietezza. La penna di De Carlo mai è stata così ispirata. Qui, con ritmo e maestria, abbiamo una scrittura non solo meticolosa e precisa come al solito per riportare su pagina l’intera superficie delle cose e delle emozioni – come se fosse un atto meccanico di fotografia – ma stavolta il lucido impenetrabile stile decarliano nasconde un fuoco ancora vivo, forse quello della memoria, quello delle cose che non tornano più. E, a dimostrare la perfezione di questo assioma, nella seconda parte – in cui all’epoca scolastica si sostituisce una cosmologia esistenziale più varia e frammentata e alle magistrali ansie da prestazione giovanili si sostituiscono i magmatici e pacati tormenti della cosiddetta età adulta, tra scazzi di vario genere e natura e bollette da pagare – De Carlo si perde, forse per la volontà di mostrare una disgregazione interiore attraverso una improbabile comune in Umbria o avventurose location esotiche. La esasperante lentezza con la quale i fili tessuti nella prima parte arrivano a dipanarsi nello scontato e moralistico finale inficia e depaupera alcune tra le più belle pagine del romanzo italiano contemporaneo, lucide, quasi perfette, senza trasalimenti isterici o schizofrenici, asciutte e vive, una rievocazione senza esasperanti lirismi o partigianerie di letteratura militante. Andrea De Carlo, milanese, benestante, filoamericano in ogni sua goccia di sudore e sangue, promettente enfant prodige all’inizio degli anni Ottanta con Treno di panna, ha via via negli anni dilapidato le possenti e pesanti aspettative date dalla pubblica stima di Italo Calvino e da una capacità scrittoria niente affatto scontata. Ha sempre però bivaccato nelle ombre del “vorrei ma non posso o forse non riesco”, belle storie tradite dall’incapacità di romanzare, scritti perfetti che però erano solo un’elegante plastificazione di un anelito interiore fiacco o forse debole. Ciononostante, e risulta evidente come questo confermi la debolezza dell’intero movimento letterario nostrano, questo testo lunghetto ma scorrevole rimane nella sua prima parte quanto di più forte e spietato, lirico e veemente che il ricordo degli anni attorno al 1970 ci ha lasciato su carta.