Intervista a Leonardo Angelucci

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Cantautore e musicista, Leonardo Angelucci è al suo romanzo d’esordio, realizzato grazie anche a una campagna di crowdfunding su produzionidalbasso. Un viaggio nel tempo e nello spazio, intriso di musica e poesia. Ho chiesto a Leonardo come sia andata questa esperienza un po’ diversa rispetto alla scrittura di musica e parole. Sembra che ci abbia preso gusto.




Sei un musicista, hai già la tua “arte”, per così dire. Da dove deriva questa vena letteraria? Ce l’hai sempre avuta o è arrivata all’improvviso?
Sicuramente la scrittura fa parte della mia quotidianità, del mio estro ed è una forma di sfogo creativo non indifferente per me. Certamente da cantautore finora mi è sempre capitato di cimentarmi più nella poesia piuttosto che nella prosa, ma devo confessare che ho trovato quest’ultima davvero molto intrigante. Alla fine anche quando metto nero su bianco una bozza di testo per una canzone mi affido molto al mio flusso di coscienza, arrivando anche a sfiorare il nonsense, il ridicolo o il linguaggio più enigmatico e criptico. Anche con il libro è iniziato tutto così. Un fiume in piena di parole senza un fine preciso, lasciandomi guidare dall’improvvisazione. Questo per i primi due/tre capitoli, che sono stati anche quelli più difficili da sistemare in fase di revisione. Poi è sopraggiunta l’esigenza di uno schema, di un plot, una macro trama.

Come ti sei mosso nel mondo dei giovani autori che si introducono per la prima volta nel mondo dei libri?
Ancora non mi sono mosso più di tanto, credo. Ho scritto un libro, ho fatto qualche ricerca su internet, ho trovato un sito abbastanza conveniente per stamparlo e poi ho iniziato a pensare a come l’avrei potuto promuovere. Fortunatamente è piaciuto ad una piccola casa editrice di Firenze, Phasar Edizioni, che avevo interpellato solo per la stampa, così mi hanno proposto di pubblicarlo nel loro catalogo e mi hanno aiutato nella correzione bozze e nella revisione finale. Indubbiamente non mi definisco, almeno per ora, uno scrittore vero e proprio o un romanziere. Lo dico anche con una certa dose di modestia, nel rispetto di chi lo fa da tanto tempo. Io sono certamente un chitarrista, cantautore, produttore, appassionato di arte a tutto tondo che negli anni si è dilettato anche nella pittura, nella scrittura, nel teatro, nelle arti visive, anche grazie alla mia associazione culturale FREE CLUB, attiva da circa dieci anni nel mondo della promozione della cultura, con eventi, corsi ed attività ricreative. Lascio a voi il giudizio sul mio lavoro.

Che ruolo ha giocato la musica, la tua o la musica in generale, nella stesura del romanzo? Quanta musica c’è tra le sue pagine?
Un ruolo importante seppur marginale. Prima di tutto ho voluto scrivere una storia che mi permettesse di viaggiare nello spazio e nel tempo, evocando luoghi e personaggi a me cari o semplicemente creandoli, lasciandomi guidare dalla fantasia. Ci sono riferimenti musicali geolocalizzati, stralci di miei versi e credo anche una sorta di musicalità nel flusso della lettura. Parlo di suoni, lingue straniere, colori, profumi, sapori, scanditi da consonanti e vocali che si alternano nel racconto. C’è una buona dose di musica nel romanzo, ma non troppa, non volevo scrivere da cantautore, musicista. Sicuramente c’è la mia influenza e il mio stile, dettato dall’esperienza di tanti anni sul palco e in studio, ma stavolta ho voluto provare a fare qualcosa di diverso, mettendomi alla prova.

Tu sei un cantautore: che differenza c’è tra scrivere il testo di una canzone e la scrittura di un romanzo?
Vincoli. Metrica e rime, ritmo. In una canzone non possono mancare queste caratteristiche. In un capitolo di un romanzo invece sei completamente libero. Anche se ci sono le dovute eccezioni che confermano la regola. Dunque quella sorta di musicalità intrinseca nella scrittura di cui parlavo prima, ma anche la totale libertà ritmica che aggira qualsiasi regola in campo musicale. Senza vincoli.

Il romanzo è ambientato a Lisbona. All’inizio del libro accenni al motivo per cui hai scelto questa città come teatro dei tuoi personaggi. Quindi perché proprio Lisbona?
Perché è la mia città europea preferita, l’ho visitata cinque volte, ho tanti amici lì, tante storie, tanti ricordi che mi legano a quel posto incredibile. Perché Lisbona ha una luce meravigliosa, soffia una brezza oceanica che ti pervade l’anima, senti profumi inebrianti, sapori forti, vedi onde enormi. C’è musica, tristezza e vita in continuo fermento, anche a notte fonda. È sempre stata una città multiculturale, crocevia di popoli, porto di marinai, simbolo di grandi arrivi e partenze. Sono triste perché avrei passato qualche altro giorno a Lisbona anche quest’anno, se non fosse per tutto il casino che è scoppiato.

C’è stato un momento, un episodio vissuto, che ti ha dato il “la” per iniziare a scrivere? Quando? In quanto tempo hai scritto il romanzo?
Certi incontri ti cambiano la vita inaspettatamente. Soprattutto se improvvisi e casuali, ti travolgono marcandoti a fuoco dentro, lasciandoti qualcosa che ti porti dietro e magari poi riescono ad ispirarti una storia. Ho sempre scritto per espiare qualche inquietudine interiore, come una terapeutica cura per l’anima. A dicembre 2019 poi ho conosciuto Roberto L. De Luca, chitarrista, docente, onnivoro affamato di arte. Si portava dietro il pesante bagaglio culturale di una vita, misto a una certa dose di amarezza. Abbiamo pranzato insieme parlando di libri, dischi, film. Mi ha riempito di citazioni colte, tanto che non riuscivo a stargli dietro col taccuino per segnarle. Mai con presunzione, ma sempre con l’eleganza di un artista un po’ bohémien, come se stessimo bevendo un super alcolico ad un caffè letterario francese negli anni Venti. Una frase in particolare mi ha folgorato: “La geografia combinata col tempo equivale al destino”. Geografia, tempo e destino sono dunque i cardini del mio racconto, scritto abbastanza di getto, tra gennaio e marzo di quest’anno.

La tua protagonista è Luna, una giovane ragazza. Non è frequente che un autore uomo si faccia voce e pensieri di una donna. Come mai questa scelta?
È stata una delle poche cose che ho scelto con lucidità fin da subito. Volevo scrivere impersonando una donna, una ragazza, guardare il mondo da un punto di vista diverso, amplificare la mia già spiccata sensibilità. Tra le altre cose ho sempre apprezzato il mio lato femminile, credo sia quello che più si avvicina alla mia anima di artista, permettendomi di percepire cose che normalmente non considererei. Con questo non voglio dire che gli uomini sono tutti superficiali e le donne profonde, però l’anima è donna, la musica, la cultura, la poesia, l’arte pure. Mi piace pensare che Luna sia venuta a trovarmi portandomi le sue storie, il mio sforzo è solo quello di ascoltare e assecondarle, mettendole nero su bianco.

Quanto c’è di Leonardo in Luna e di Luna in Leonardo (a parte la iniziale L)?
Molto, troppo, tutto. O forse niente. Sicuramente di capitolo in capitolo si è venuto a delineare un carattere definito, come fosse una persona vera e propria, esistente. Ci sono piccoli particolari nella sua storia, che sono presi in prestito dal mio vissuto, dettagli che solo chi mi conosce potrà intercettare. Ma mi piace pensare anche che Luna sia una ragazza con un proprio background di esperienze, una biografia diversa dalla mia e con un carattere unico ed univoco. Potrei vederlo come un alter ego femminile, oppure come un’eroina dei nostri giorni, con lo zaino da universitaria in spalle e autostrade di avventure in fondo agli occhi.

I LIBRI DI LEONARDO ANGELUCCI



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