New York. In una delle innumerevoli chiamate al 911 di una qualsiasi giornata di merda, una tale signora Stegman denuncia di essere assediata da un vicino di casa che – nudo e con un fucile in mano – la minaccia dal pianerottolo. A sette minuti dalla telefonata, i detective John Tallow e James Rosato rispondono alla richiesta di intervento: Tallow è un mezzo disadattato che ha riempito casa e la macchina di libri e riviste, Rosato una vittima della moglie, un'infermiera greca che gli ha imposto micidiali sedute di jogging che gli stanno sbriciolando le ginocchia. I due si precipitano su per le scale del palazzo di Pearl Street da cui arriva la chiamata, ma proprio sul più bello a Rosato cede un ginocchio, e il pazzo nudo sul pianerottolo gli stacca mezza testa con una fucilata. Tallow reagisce crivellando il tizio di pallottole, ma questo non cambia molto il succo delle cose: Rosato è morto e la giornata è ancora più di merda delle altre. Gli appartamenti che si affacciano sul pianerottolo vengono tutti controllati dai ragazzi della Scientifica per accertarsi che non ci siano feriti, tranne uno che pare disabitato e ha una porta blindata che resiste a qualsiasi tentativo di effrazione. Tallow si impunta e ordina di sfondare il muro. Dentro c'è il buio, uno strano profumo (“Forse incenso. Muschio. Pelliccia o pellame”) e decine, centinaia di armi disposte in un ordine non casuale, che forma una sorta di disegno. Quale mistero nasconde quell'appartamento?
Il secondo romanzo del vulcanico sceneggiatore di comics Warren Ellis (dopo il tellurico Con tanta benzina in vena, pubblicato in Italia da Elliot qualche anno fa) è un hard-boiled dal sapore esoterico incentrato su un intricato complotto, una “fearful simmetry” che lega decine di omicidi apparentemente senza nulla in comune. La città di New York non è protagonista quanto potrebbe sembrare e forse dovrebbe essere (pensiamo per esempio al magnifico lavoro fatto con Londra da Alan Moore nel suo From Hell): sì, ci sono queste psichedeliche sovrapposizioni tra l'antica Mannahatta dei nativi americani e la moderna Manhattan e qualche breve accenno alla storia cittadina, ma si tratta solo di spunti che avrebbero potuto essere esplorati più e meglio, e che lasciano un po' di rimpianto durante la lettura, perché rappresentano (o meglio rappresenterebbero) il vero valore aggiunto che differenzia (o meglio avrebbe potuto differenziare) La macchina dei corpi da un qualsiasi thriller di fascia alta. L'impressione, netta, è che Warren Ellis abbia voluto tagliare un centinaio di pagine dal manoscritto originale: intento in linea di principio meritorio in un panorama letterario troppo affollato di tomi ponderosi, ma qui deleterio perché la soluzione del plot pare assolutamente frettolosa (il detective Tallow passa repentinamente, non si sa bene come, dal brancolare nel buio al comprendere perfettamente un complesso disegno criminoso) e le motivazioni, il background, la storia e conseguentemente il fascino del personaggio del “cacciatore” rimangono nel cassetto, lasciando il lettore spiazzato e deluso.
Il secondo romanzo del vulcanico sceneggiatore di comics Warren Ellis (dopo il tellurico Con tanta benzina in vena, pubblicato in Italia da Elliot qualche anno fa) è un hard-boiled dal sapore esoterico incentrato su un intricato complotto, una “fearful simmetry” che lega decine di omicidi apparentemente senza nulla in comune. La città di New York non è protagonista quanto potrebbe sembrare e forse dovrebbe essere (pensiamo per esempio al magnifico lavoro fatto con Londra da Alan Moore nel suo From Hell): sì, ci sono queste psichedeliche sovrapposizioni tra l'antica Mannahatta dei nativi americani e la moderna Manhattan e qualche breve accenno alla storia cittadina, ma si tratta solo di spunti che avrebbero potuto essere esplorati più e meglio, e che lasciano un po' di rimpianto durante la lettura, perché rappresentano (o meglio rappresenterebbero) il vero valore aggiunto che differenzia (o meglio avrebbe potuto differenziare) La macchina dei corpi da un qualsiasi thriller di fascia alta. L'impressione, netta, è che Warren Ellis abbia voluto tagliare un centinaio di pagine dal manoscritto originale: intento in linea di principio meritorio in un panorama letterario troppo affollato di tomi ponderosi, ma qui deleterio perché la soluzione del plot pare assolutamente frettolosa (il detective Tallow passa repentinamente, non si sa bene come, dal brancolare nel buio al comprendere perfettamente un complesso disegno criminoso) e le motivazioni, il background, la storia e conseguentemente il fascino del personaggio del “cacciatore” rimangono nel cassetto, lasciando il lettore spiazzato e deluso.