Cosa succede se l’immaginario di un uomo colto e di mezza età è colonizzato da immagini di donne forti e seduttive, sconosciute e pericolose, muse e icone di un universo parallelo eppure imponderabile, quello dell’altro sesso? Nessuna di queste donne è un’invenzione, nessuna è un simulacro o un simbolo. Sono tutte persone reali, la cui sofferenza e il cui impeto hanno lasciato tracce di sé nella memoria e nel vissuto di molti uomini: i loro innumerevoli amanti, i loro altrettanto innumerevoli carnefici, ma soprattutto nei loro segreti e silenziosi ammiratori, lettori, spasimanti...
Ciò che accomuna i ritratti di queste nove donne è il sopravvento di un’indole irrequieta e autodistruttiva che forza i limiti e scalza paletti: può assumere il volto della follia per Zelda, la moglie di Fitzgerald, che instaurerà una insana gara con il marito nella scrittura del romanzo definitivo. Si tradurrà in perversione sessuale per Colette Peignot o al contrario in frigidità sessuale per Marie Bonaparte. Per Nancy Cunard si tingerà di nero e si esprimerà con una folle passione per gli uomini di colore e per il degrado di Harlem. Comunque sia, quello che ci viene restituito è il resoconto di esistenze celebri ma isolate dal contesto, smaniose di libertà ma prive di appigli alla realtà, esaltanti esempi di un individualismo spinto all’eccesso. Un libro colto, scritto da un uomo profondamente immerso e imbevuto di una formazione estetica e letteraria novecentesca: Jean-Paul Enthoven, saggista, editore, pensatore ma anche compagno di Carla Bruni che lo lasciò per instaurare una relazione con il di lui figlio Raphael. La narrazione prende spunto da una fotografia della Riviera anni Venti, dalla visione di un film, o dal ricordo di qualche fugace incontro. L’immaginario di riferimento è quello di Greta Garbo e Marlene Dietrich, fantasmi che fanno da sfondo alle nove non eroine di questo libro. Tutte sembrano aver avuto un preciso ruolo svolto per la formazione culturale e sentimentale di Enthoven, che a metà della sua vita incontra a Roma l’ultima seduttrice, Flaminia, il cui mistero verrà disvelato solo parzialmente nell’ultimo dei racconti di un libro originale di riflessione sulla creazione, sulla distruzione e ricostruzione dell’ideale femminino attraverso il Novecento.
Ciò che accomuna i ritratti di queste nove donne è il sopravvento di un’indole irrequieta e autodistruttiva che forza i limiti e scalza paletti: può assumere il volto della follia per Zelda, la moglie di Fitzgerald, che instaurerà una insana gara con il marito nella scrittura del romanzo definitivo. Si tradurrà in perversione sessuale per Colette Peignot o al contrario in frigidità sessuale per Marie Bonaparte. Per Nancy Cunard si tingerà di nero e si esprimerà con una folle passione per gli uomini di colore e per il degrado di Harlem. Comunque sia, quello che ci viene restituito è il resoconto di esistenze celebri ma isolate dal contesto, smaniose di libertà ma prive di appigli alla realtà, esaltanti esempi di un individualismo spinto all’eccesso. Un libro colto, scritto da un uomo profondamente immerso e imbevuto di una formazione estetica e letteraria novecentesca: Jean-Paul Enthoven, saggista, editore, pensatore ma anche compagno di Carla Bruni che lo lasciò per instaurare una relazione con il di lui figlio Raphael. La narrazione prende spunto da una fotografia della Riviera anni Venti, dalla visione di un film, o dal ricordo di qualche fugace incontro. L’immaginario di riferimento è quello di Greta Garbo e Marlene Dietrich, fantasmi che fanno da sfondo alle nove non eroine di questo libro. Tutte sembrano aver avuto un preciso ruolo svolto per la formazione culturale e sentimentale di Enthoven, che a metà della sua vita incontra a Roma l’ultima seduttrice, Flaminia, il cui mistero verrà disvelato solo parzialmente nell’ultimo dei racconti di un libro originale di riflessione sulla creazione, sulla distruzione e ricostruzione dell’ideale femminino attraverso il Novecento.