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Intervista a Matteo Strukul

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Critico musicale, sceneggiatore di fumetti, romanziere, padre del movimento Sugarpulp (e direttore artistico del festival SugarCon e dal 2015 anche di Chronicae, il primo festival in Italia dedicato al romanzo storico), ricercatore in Diritto e sicuramente dimentico qualcos’altro. Ma soprattutto veneto. Anzi, soprattutto padovano. Matteo Strukul è una delle figure più interessanti del panorama letterario italiano. Personalmente ho letto tutto di lui, con gran gusto ma anche con estrema sorpresa, perché Matteo non lascia mai niente al caso e sebbene lasci lo spazio che merita alla sua sfrenata fantasia, in realtà la incastona talmente bene nella realtà (anche storica) che tutto appare vero o verosimile. L’ho raggiunto telefonicamente per fare il punto sulla sua carriera, tra passato e futuro. La foto è di Marco Bergamaschi.



La tua letteratura l’ho definita “ricca”, non solo di parole, ma di idee, di suggerimenti, di informazioni, sei d’accordo?
Penso di sì, perché credo sia una scrittura e una letteratura che si è nutrita di tante letture e di tanta letteratura e anche forse non solo di letteratura, perché al di là della mia predilezione per i classici ai quali ritorno, specialmente i francesi, ma non solo, è chiaro che devo citare Notre Dame de Paris e I miserabili di Victor Hugo, oppure Le illusioni perdute, Eugénie Grandet e Papà Goriot di Balzac, Il conte di Montecristo e I tre moschettieri di Dumas, Il Capitan Fracassa di Théophile Gautier e poi, però anche Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist, La figlia del Capitano di Aleksandr Puškin, Le affinità elettive di Goethe, I masnadieri di Friedrich Schiller, eccetera eccetera. Ecco, dicevo, a una rilettura dei classici, affianco una costante scoperta di pièce teatrali. Ultimamente mi sono dedicato ad esempio a Stoppard, al suo Rosencrantz e Guildenstern sono morti, da cui è stato tratto un film, a Henryk Sienkiewicz che più per Quo vadis io amo per la trilogia di Col ferro e col fuoco, Diluvio, insomma i cavalieri teutonici. Quindi mi rendo conto che è una letteratura che cerca di interpretare i tempi correnti e attuali, però sempre molto legata, direi quasi incatenata, alla letteratura che ha fatto la storia, il romanzo ottocentesco. Ecco, se qualcuno me lo chiedesse, io mi definirei un romanziere ottocentesco, fuori tempo massimo, evidentemente, perché ho questo mio tentativo di mantenere quel tipo di impasto linguistico e anche, se vuoi, questo intreccio di trame che poi è anche figlio di ricerca e traduzioni, perché non ci dimentichiamo... per carità io sono un uomo di modesta intelligenza e quindi, più che leggere in inglese, francese e tedesco, non riesco e mentirei se dicessi che leggo tutto in lingua originale, ma mi affido alle traduzioni, però alle grandi traduzioni. Mi viene in mente, ad esempio Grazia Deledda che traduce Eugénie Grandet, o Diego Valeri Il rosso e il nero e La Certosa di Parma di Stendhal. Io credo che dobbiamo avere la giusta gratitudine nei confronti di questi grandi nomi che sono anche grandi scrittori, perché ho citato un Premio Nobel (Grazia Deledda) e un grande poeta come Diego Valeri. Quindi io più che leggermi i noir, i gialli, romanzi e thriller contemporanei, ma anche la letteratura contemporanea (cioè, per dire, con tutto l’affetto per Philip Roth preferisco Joseph Roth: sono due autori diversi, ma uno mi fa battere più forte il cuore dell’altro). È una questione di gusti e il mio propende per i classici, quei libri cioè su cui mi sono formato e ai quali ricorro costantemente, anche oggi. Posso dirti che mi piace molto il John Steinbeck da La Santa Rossa a Furore, o Erskine Caldwell con Tobacco, Il piccolo campo, Un luogo chiamato Estherville, o William Faulkner e mi rendo conto che questo è il tipo di letteratura che cerco e sono meno interessato alle cose più recenti con qualche eccezione, perché il primo Cormac McCarthy mi è piaciuto molto, poi un po’ meno, però sicuramente La strada, Il guardiano del frutteto o Non è un paese per vecchi sicuramente sono grandi romanzi e non lo dico io, lo dice la storia, lo dicono i lettori e le lettrici, che poi è la cosa più importante.

Ti senti una sorta di Dumas, o meglio l’alfiere moderno del romanzo d’appendice?
Mi sento di avere a che fare con il romanzo, ma più che d’appendice direi ottocentesco e in generale letterario, perché sai, c’è sempre questa cosa per cui... Dumas per fortuna è stato riabilitato e non capisco nemmeno perché abbia dovuto essere riabilitato, come se I tre moschettieri, Vent'anni dopo, Il Visconte di Bragelonne e tutta la sua produzione non fossero letteratura gigantesca. Non ho la più pallida idea di chi possa avere anche solo l’arroganza di confrontarsi con uno come Dumas e il suo romanzo d’appendice che certo nasceva come romanzo d’appendice, ma poi in Italia questa definizione è sembrata un po’ dispregiativa. Ecco perché mi definisco un autore letterario anch’io, come fanno in molti oggi, ma ottocentesco e - ribadisco - fuori tempo massimo.

Tu hai cominciato come giornalista, ma la realtà ti stava stretta rispetto a quell’esplosione di fantasia e di ricerca storica che hai messo in campo nei tuoi romanzi...
Che bella domanda! Addirittura, figurati, io ho iniziato come studente di Giurisprudenza, quindi dottore in Giurisprudenza e poi dottore di ricerca in Diritto Europeo. Nel frattempo facevo pratica come avvocato e ti dirò che la pratica di avvocato mi stava strettissima. Mi ha salvato in qualche modo, almeno per qualche tempo, la ricerca universitaria che credo sia stata utile proprio per il metodo che ho affinato, perché poi l’ho applicato nella ricerca storica, cioè quando tu cerchi tantissimi dati che un po’ alla volta formano la tua quinta teatrale, la moda del tempo, lo scacchiere politico internazionale, la forma mentis dei personaggi, che chiaramente è figlia dei codici morali di allora, qualunque sia il periodo, Settecento Veneziano, o Rinascimento Fiorentino, quello che vuoi. Sai da quella gran mole di dati, per le lettrici e i lettori devi andare a selezionare quello che davvero può essere certamente istruttivo, certamente capace di accendere la fantasia di lettrici e lettori, ma soprattutto poi il desiderio di approfondire, motivo per cui io metto sempre la “Nota dell’autore” al termine del romanzo, per chi magari viene sollecitato in qualche modo dalla lettura del romanzo e decide di approfondire, con saggi e monografie che io riposto abbastanza diligentemente alla fine del testo, perché ritengo che il romanzo sia un punto di arrivo, ma poi queste note siano il punto di partenza per la ricerca personale, se chi ha letto si è appassionato (o magari già lo era) a un tema, che forse conosceva molto bene o forse no e decide di andare avanti. E quindi, come ti dicevo, il Diritto mi stava stretto, ma mi stava stretto anche il giornalismo per il quale in realtà io ho fatto poco, giusto qualche critica musicale, recensioni, concerti, interviste, dopo di che ho debuttato con La ballata di Mila nel 2011 e nell’arco di cinque anni ho avuto con I Medici un notevole successo che è continuato per mia fortuna e quindi, sì, hai ragione tu, evidentemente la fantasia di quel bambino che a sei anni si vede regalare dalla zia L’Iliade perché bisognava “cominciare con buone letture” è andata avanti e a quel punto o mi esplodeva la testa o scrivevo romanzi! E per fortuna sono riuscito a vivere di questo che oggi, da tempo ormai, è il mio unico lavoro.

Del resto hai una vena molto prolifica, perché escono tre o quattro libri tuoi durante l’anno e devi avere il tempo di scriverli, soprattutto perché c’è molta ricerca dietro…
Sì, sì, sì! Guarda, c’è davvero molta ricerca, ma con un certo rigore, un briciolo di talento e una certa vena creativa, si riesce a scrivere anche un buon numero di lavori in un anno. Credo anche che scrivere molto aiuti a scrivere meglio. Devo confessarti che mi fanno sempre molto sorridere quelli che dicono che scelgono le parole una per una… Come se invece io le prendessi e le lanciassi a caso sul foglio! Credo che se si mette in gioco un certo talento che uno ha, poi, però, questo talento deve essere coltivato, affinato, sviluppato, anche compreso e che tutto questo costituisca già tantissimo lavoro. E per fare tanto lavoro, devi avere tutto il tempo. Per cui, come dici tu, tanta ricerca, ma anche tanto lavoro. Per esempio si tende a sottovalutare tutto il lavoro di promozione, perché devi andare nelle librerie, nei festival e tutto questo va moltiplicato per tutti quei Paesi esteri dove i miei libri sono tradotti e pubblicati - e sono più di quaranta nel mondo. Sono appena tornato da Varsavia e prima sono stato in Romania e in Slovacchia, in Colombia e in Serbia. Sono cosciente che c’è anche questa parte del lavoro ed è giusto, perché quando un editore (non soltanto quello italiano) investe, compra e pubblica (la Polonia ha già pubblicato il mio settimo romanzo e la Germania è a nove) è chiaro che tu devi essere disponibile.

Credo tra l’altro che questo sia un aspetto anche più pesante dello scrivere: scommetto che ti diverti di più a creare e scrivere, no?
Ma sì, hai perfettamente ragione. Allora all’inizio era molto bello, ma questo è diventato veramente un altro lavoro e a un certo punto, metto delle liste di attesa e dico: “Ok, ci vediamo fra due anni perché io intanto scrivo un paio di romanzi nuovi e poi ritorno, altrimenti non ce la posso fare!”. E poi tutto il lavoro di ricerca che è molto grande e che io documento come dicevo nelle “Note dell’autore” che chiaramente si nutre di tanti saggi, di tante monografie lette, colloqui con accademici, amici che magari sono critici di storia dell’arte e anche di soggiorni nel luogo dove si svolge la storia. Ecco, ultimamente ho spostato l’asse nel Veneto e quindi mi è più comodo, perché Venezia ce l’ho dietro casa, c’ho studiato, ci vado molto spesso e quindi questo mi aiuta. Lo stesso quando mi sono occupato di Firenze con i Medici e Dante o Roma con il libro di Michelangelo, il bellissimo viaggio soggiorno in Romagna quando mi sono occupato di Francesca e Paolo (una storia che ho amato molto scrivere, in luoghi molto ben conservati e di grande fascino).

Tutta la ricerca che fai per un libro, ogni tanto sbuca fuori anche negli altri...
Beh, certo è così, perché, come dire, parlare di Venezia ti porta plausibilmente a un certo punto a citare il Palladio, che fu il grande architetto della Serenissima, ma è stato divertente, perché avevo appena pubblicato un libro sul Palladio. Per cui, è vero, anche perché poi queste figure si parlano e tutte, almeno queste, appartengono al grande molto dell’arte...

A proposito di artisti, parliamo di Canaletto: è vero che ti fermi qui nel tuo ciclo di avventure dedicate al pittore?
Le saghe non nascono sempre a tavolino. Con il mio editore che è Newton Compton, nelle figure di Vittorio Avanzini che è il grande presidente, fondatore, decano e del figlio Raffaello, attualmente amministratore delegato, inizialmente avevamo pensato di fare un esperimento. Un libro su questo artista, questo pittore iconico, direi - e non solo per la Serenissima, ma per il mondo intero, perché Canaletto davvero lo trovi nei musei di tutto il mondo e incarna Venezia forse più di chiunque altro, forse perché l’ha proprio catturata nelle sue vedute. Ecco, avevamo pensato che poteva essere interessante quest’idea di dedicargli un romanzo, comunque thriller, dal momento che il personaggio si prestava, visto che sappiamo molto poco di lui… Si sapeva che non era sposato e non aveva avuto figli e questo era molto utile per scrivere, diciamo che non era molto alto di statura (ma questo era relativamente utile) e che aveva un pessimo carattere, perché era uno sempre molto attento ad essere pagato (giustamente!) e quando non veniva pagato piantava delle grane infinite. Questo è quel poco che si sa di Canaletto dal punto di vista umano. Il fatto poi che fosse un attento osservatore, come dimostrano le sue tele, soprattutto gli strumenti che utilizzava, ci ha permesso di poterlo collocare in modo abbastanza credibile come personaggio che poteva essere coinvolto in una fosca vicenda e contribuiva anche il fatto che avesse delle relazioni, delle amicizie a carattere internazionale. E così è uscito Il cimitero di Venezia, che ha avuto veramente un grande successo, perché ha venduto veramente tantissimo in Italia e, se non ricordo male, ad oggi è stato anche pubblicato in tredici lingue. A quel punto ci siamo trovati un po’ una bomba in mano che è esplosa e ci ha fatto dire: “Beh, allora forse qui c’è un pubblico per poter andare avanti anche con un’altra avventura”. Il ponte deid elitti di Venezia, poi, ha avuto la stessa fortuna, per cui io poi ho immaginato che oltre la seconda ci fosse spazio anche per una terza avventura di Canaletto, una conclusione che potesse essere la conclusione di tutte, nel senso che ogni libro è a sé e ha un suo sviluppo verticale, ma anche orizzontalmente attraversa tutti e tre i libri. Con il terzo volume si è chiuso il cerchio e per me era finita lì, ma come da tradizione, io non chiudo mai le porte e ho lasciato... qualcuno in attesa di qualcun altro, mettiamola così. O forse qualcuno si è stancato di attendere e qualcun altro che finalmente è tornato si trova a dover attendere a sua volta, o forse no...

È l’unica cosa che mi ha dato speranza...
Ho visto che ha mandato fuori di testa alcune lettrici: “Non puoi permetterti di lasciare la situazione in questo modo”, “Non si fa così”, tutti messaggi di questo tenore e io questa cosa l’ho riportata all’editore che avendo un approccio molto anglosassone probabilmente se dovesse esserci una richiesta molto forte potrebbe dire: “Va bene, possiamo pensare di fare anche una quarta puntata”. Anche perché io, ovviamente, all'inizio ero un po’ restio nel trasformare Canaletto in un vero e proprio investigatore. E tuttora non lo è, perché lui riesce ad arrivare alla fine della storia sempre un po’ acciaccato e stanco, se non fosse per gli amici che fanno una buona parte del lavoro e che lo aiutano, non ultimo il medico ebreo Isaac Liebermann. Diciamo che se lo avevo escluso in un primo momento, adesso potrei anche pensarci, cioè sarei molto sorpreso se l’anno prossimo uscisse un nuovo romanzo su Canaletto, ma per carità, non voglio porre alcun limite.

Ma anche fra due anni...
No, infatti, ma senza avere una continuità così serrata. Insomma, vediamo, però mi conforta sentire che anche tu saresti favorevole a una eventuale nuova uscita.

L’ho amato molto: indubbiamente sì, c’è fantasia, perché chi ci dice che Canaletto avesse questa vena da investigatore? Però non è così improbabile, anche perché tu ha questa capacità di circondarlo di situazioni e personaggi reali, veri, che portano a pensare tranquillamente che anche nella realtà Canaletto fosse un investigatore oltre che un grande pittore... Volevo chiederti: tra Canaletto, Dante, Michelangelo, Paolo e Francesca, la Monaca di Monza, il Palladio, i Medici, c’è qualche altro personaggio di cui ti piacerebbe scrivere?
Bella domanda! Guarda, io conduco da tempo una mia battaglia - senza speranza, devo dire la verità, anche perché non si tratta, per una volta, di un personaggio italiano. Me ne ero occupato in una trilogia di fumetti per Feltrinelli, però mi piacerebbe tanto poter scrivere un romanzo dedicato a Vlad Tepes, mi piacerebbe fare questa ambientazione che chiaramente non può essere italiana, ma transilvana, mi piacerebbe collocarvi una storia d'amore e anche queste battaglie. Lui è un personaggio incredibile e tra l’altro i miei libri vanno fortissimo in Romania. Ogni tanto ho fatto anche delle piccole indagini e ho sentito un certo calore per il personaggio, perché alla fine è un po’ il padre del personaggio letterario, no? E mi piacerebbe andare a raccontare in realtà il Quattrocento - non posso nemmeno dire rumeno, perché la Romania non esisteva - per cui diciamo valacco - rumeno - ungherese. Sarebbe un’ambientazione esotica, che però conosco molto bene, perché insomma sono stato tante volte in quelle zone, dal Veneto in aeroplano ci si arriva in un’ora e mezza, ma anche in macchina non è distante. Ogni volta che lo nomino, però, non so se si adombrano di più i miei agenti o il mio editore, per cui un giorno, non so, andrà a finire che le pubblicherò da solo, a dispense... ah ah. Ecco, quello è un personaggio che vorrei tanto raccontare, perché in qualche modo mi piacerebbe recuperare anche l’aspetto romantico che c’è, ma che non si conosce, perché ti riferisci a Vlad l’impalatore e di romantico c’è poco. Ma invece c’è, perché c’è tutta la storia con la donna che lui ha sposato e c’è anche quella con una donna del popolo e poi c’è tutta la grande guerra, se vogliamo un principe guardiano com’era il voivoda della religione cristiano ortodossa, l’unico che aveva risposto alla richiesta del Papa di fermare l’invasione ottomana e naturalmente il nemico ottomano, ma con una visione affascinantissima di Maometto il conquistatore e quindi credo che potrebbe essere davvero un grande romanzo o addirittura una grande saga. Però ho questa idea che in Italia non funzioni. Si dice che le ambientazioni straniere... chi lo sa, anche se penso che dopo tanti anni di personaggi italiani, un personaggio storico legato all’Est Europa... Perciò se tu me lo chiedi, io ti dico lui ma qui lo dico e qui finisce, spero solo che non lo pubblichi qualcun altro, perché mi arrabbierei tanto. Ma non con chi lo scrive, con chi eventualmente lo pubblica perché ognuno mi ha detto: “No, non si può fare!", senza tenere presente che le cose che non si possono fare sono quelle che funzionano e magari diventano anche una moda. Vedremo, chi lo sa, magari cambia qualcosa!

Matteo tu hai un grande rispetto per le donne, sei romantico e credo che tutto derivi da questa splendida donna che hai al tuo fianco...
Certamente sì, in questo sono stato molto fortunato e credo in un’educazione reciproca che arriva dall’amore reciproco. Credo anche che serva una certa sensibilità e dicendo questo aggiungo anche che la sensibilità nel rispettare le donne sia la base della vita. Poi penso che forse, non lo so, per inclinazione, per carattere, io possa esserlo più di altri, non ne ho idea, ma credo che sia un’educazione che arriva da mia madre e poi ovviamente prosegue con mia moglie, perché secondo me il matrimonio è amarsi, volersi bene, crescere insieme, ma anche educarsi, comprendere, ascoltare e da tutto questo poi ciascuno dei due matura, come dire, un’attenzione, più che una sensibilità particolare.

Uno scambio continuo...
Sì, sì, assolutamente! Dopodiché dico anche che per quanto mi riguarda, certo che hai rispetto, ma anche, direi, fascinazione. Io sono profondamente convinto che la donna sia la creatura, non solo più bella, ma più straordinaria che c’è al mondo e l’uomo si è tradizionalmente aggrappato alla violenza, fondamentalmente, - perché poi di questo si tratta - per, come dire, creare dei cartelli di potere che durano direi da sempre. Queste cose sono poi sicuramente cambiate, ma non abbastanza, lo sappiamo, però diciamo che se non altro si lavora per questo. Mi piace citare una grande autrice, che leggo e stimo infinitamente, che è Melania Gaia Mazzucco che ha, secondo me, con grande attenzione portato a un vasto pubblico attraverso romanzi meravigliosi, alcune importanti figure femminili della storia, naturalmente taciute, naturalmente negate, naturalmente non raccontate dalla critica della storia dell’arte maschile e maschilista, penso alla Briccia, penso alla Tintoretta che sono le protagoniste, rispettivamente dei suoi L’Architettrice e La lunga attesa dell’angelo, ma solo per citarne due, naturalmente ce ne sono altre e quello che faccio forse ha qualcosa in comune, cioè il mio tentativo è, per esempio, nel caso dei romanzi del Canaletto, andare a recuperare alcune grandi figure della pittura in generale, che erano per altro pittrici con tutte le difficoltà che poteva avere una donna nell’essere pittrice nel Settecento e nel silenzio, diciamo colposo, non credo sia colpevole, di tanta critica dell’arte italiana, ecco a questo punto, con buona pace dei saggisti, a raccontare siano i romanzieri! Quindi io provo a farlo, con Giulia Lama in questo, Rosalba Carriera nel precedente. Anche Paolo e Francesca è molto raccontato dal punto di vista di Francesca, perché per quello che ne sappiamo dal canto di Dante, Francesca parla mentre Paolo piange e quindi non è che sia molto utile come personaggio per farci capire come andò la storia. Questa ovviamente la lettura che ne dà Dante e poi la storia vera fino in fondo non la conosceremo mai, perché poi le due famiglie hanno determinato una damnatio memoriae dei due personaggi, perché evidentemente era uno scandalo, no? Però ecco, come la Monaca di Monza, Caterina de’ Medici, tutti i personaggi femminili che ci sono stati e che non vengono raccontati io provo a metterli al centro delle mie storie o comunque a riservare loro un ruolo importante, come nel caso di Giulia Lama con Canaletto.

I tuoi libri sono stati pubblicati in 40 Paesi, una ventina di titoli, sceneggiature, musica, fumetti, premi... che cosa ti manca?
Mah, forse direi la produzione di un film tratto da uno dei miei romanzi, ma che sia italiana. Questa cosa mi piacerebbe che avvenisse, magari avverrà, ma al momento non è ancora successo. E questo lo dico perché mi piacerebbe che una casa di produzione italiana provasse anche ad avere il coraggio di raccontare la storia del nostro Paese attraverso uno dei miei libri. Ecco, questo forse è proprio quello che mi manca. Un’altra cosa che mi manca... io ho vinto il Premio Bancarella, ma pensando allo Strega e al Campiello, mi piacerebbe che certi romanzi godessero di maggiore considerazione da parte di giurie che forse, non lo so, sono un po’ distratte, o forse c’è stata una visione del romanzo che sembra privilegiare molto l’auto-fiction, i libri con le storie, anche un po’ direi autocelebrative del singolo, che sembrerebbero però smarrire una visione più collettiva, più di memoria, più storica, più di prospettiva, magari anche a lungo raggio e che tutto sommato credo che dia un contributo centrale alla formazione culturale di un Paese. Mi sembra che oggi l’autore debba essere più protagonista dei personaggi nelle opere. Per me questa è una follia totale, nel senso che io credo che il grande romanziere è colui che scompare e lascia il posto ai personaggi delle sue storie. Che poi sia l’autore di quelle storie e quindi se è un grande autore è giustamente riconosciuto come tale, questo senza dubbio: nessuno di noi si sognerebbe di dire che Victor Hugo non era un grande autore, però, poi, in realtà quello che ci viene in mente, se pensiamo a Notre Dame de Paris sono le grandi invenzioni della zingara Esmeralda o il gobbo Quasimodo, personaggi che riescono ad andare oltre il tempo, oltre la stessa letteratura alla fine, no? Quindi credo che un grande romanziere deve essere in grado anzitutto di creare grandi personaggi. A me sembra che invece questa dimensione sia saltata, sia andata abbastanza perduta e credo che questo sia un vulnus per la letteratura che viene invece troppo spesso considerata tale solo quando racconta magari il quotidiano, magari il contemporaneo, o magari la storia del Novecento, come se l’Italia fosse nata con la Prima Guerra Mondiale - quando va bene - o con il fascismo. Ecco questo lo trovo un po’ bizzarro e anche un po’ miope. Dopodiché, insomma, che ti devo dire? Questo è il mondo in cui viviamo e va bene così.

Quali sono il metodo e la disciplina che ti permettono di scrivere così tanto?
Scrivere ogni giorno, lavorare tanto sul testo, non accontentarsi mai, perché anche qui viene dato molto per scontato... quello che si dice in generale è: ma è importante la scrittura, eccetera, eccetera. Certo, la scrittura è importante, perché se non c’è la scrittura, perché scrivere? Ora non tutti scrivono allo stesso modo, non tutti scrivono magnificamente, però penso anche che ci sia una grammatica della scrittura per lettrici e lettori, cioè oltre a scrivere bene, stilisticamente bene, esteticamente bene, io credo che si dovrebbe porre attenzione a come viene raccontata la storia, per cui, ad esempio, tante volte leggo romanzi dove c’è una penuria assoluta di dialoghi, le scene sono molto statiche, la scrittura che viene definita cinematografica in realtà di cinematografico non ha assolutamente niente, perché in realtà le sceneggiature si basano fondamentalmente sui dialoghi e quindi un romanzo che ha tantissime descrizioni di cinematografico non ha nulla. A meno che non si voglia dire che in qualche modo evoca immagini, ma allora questo è un altro discorso. Però, ecco, per quanto mi riguarda c’è molto lavoro di ricerca storica, sicuramente sì, di selezione dei fatti, perché poi il lettore va in qualche modo scaraventato nel tempo e a fianco dei personaggi e va messo a combattere, a correre, a scappare, a spiare, a fare, insomma, tutto quello che i personaggi fanno. Deve stare al loro fianco, deve essere coinvolto. La trama, ovviamente, deve avere ritmo, l’intreccio può essere più o meno complesso, ma in sostanza deve cercare di regalare colpi di scena, sorprese. E questo non credo sia solo intrattenimento. Questa secondo me è arte ed è letteratura, grande letteratura, perché i titoli che ti ho citato prima sono pieni zeppi di queste cose qui, parlando di classici della letteratura. Per cui, lavoro tutto il giorno: il metodo è fondamentalmente: scrivi la mattina quello che stai facendo oggi, studia il pomeriggio quello che farai domani. Ecco, io mi sono dato questa regola secondo cui la mattina scrivo e il pomeriggio studio per il romanzo successivo. Da questo punto di vista sono molto metodico, nel senso che ogni giorno è così e so anche il motivo per cui impazzisco quando c’è una promozione che non finisce mai, perché so che i giorni che perdo li devo recuperare. Quindi se io scrivo cinque pagine ogni giorno e perdo un giorno, quello successivo ne devo fare dieci.

Ma questa è una disciplina ferrea, però!
Però è l’unico modo per arrivare magari ad avere due o tre romanzi di qualità in un anno, fermo restando che naturalmente il tuo lavoro è far quello. Se invece tu fai un altro lavoro e quando puoi scrivi, sicuramente sei uno scrittore, ma appunto non è la tua professione, quindi è un’altra cosa. Non è un giudizio critico il mio, o negativo, ma un dato di fatto.

Che strada ha fatto Matteo Strukul fino a questo momento e dove lo porterà questa strada in futuro?
Eh, mi piacerebbe saperlo! Dunque, la strada che ho fatto è stata sicuramente quella di essere un autore che ha un pubblico, di essere un autore che scrive le sue storie senza paura e uno scrittore che ritiene che la prima qualità di un romanzo e di un autore sia l’integrità, dei personaggi, della storia e appunto anche dell’autore e quindi questo è un po’ quello che ho sempre cercato di perseguire e credo anche di averlo portato avanti e di essere arrivato a un punto in cui mi guardo indietro e dico c’è coerenza, c’è integrità, c’è passione sincera, c’è amore per quello che faccio, c’è la volontà di portare le storie alle lettrici e ai lettori nel modo migliore possibile, per quello che io posso, per quello che è il mio talento. E poi devo dire che c’è anche la soddisfazione, al di là di aver vinto il Bancarella - il primo autore a vincerlo è stato Hemingway, per cui mi sento in una compagnia importante, con Eco, Pasternak, Follett e non solo loro - e c’è soddisfazione nell’andare all’estero e scoprire che ci sono lettrici e lettori impensabili che vengono perché vogliono la firma sui miei libri. Ecco, questa obiettivamente è una cosa che mi sorprende ancora, anche perché i Paesi sono tanti e quando “la mia gente” mi dice: “Guarda che hanno comprato Dante Enigma in lingua araba", o Casanova in Russia o in Corea del Sud, beh sono quelle cose che ancora oggi mi lasciano sorpreso! Io non sono quale sarà la strada di Matteo Strukul, però so che Matteo Strukul non si pone limiti.

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