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Studio illegale

Studio illegale
Andrea Campi è un giovane avvocato d’affari di trent’anni nella Milano da bere. Professionista per un prestigioso studio legale internazionale che raggruppa al suo interno migliaia di figure simili alla sua, vive per il lavoro, vive sul lavoro, quando dorme sogna di lavorare ancora. Una vita frenetica, senza tregua e senza pause, che si snoda tra contratti da gestire e chiudere, tra appuntamenti e riunioni interminabili. Tutta la sua esistenza perde consistenza, e qualsiasi legame con la realtà rimane indietro. Grazie al lavoro Andrea non ha amici, grazie al lavoro Andrea non ha più una ragazza, grazie al lavoro Andrea non vede più la sua famiglia, grazie al lavoro Andrea ha un’ottima carriera in vista. Ogni giorno scorre affaccendato e uguale a quello precedente, Andrea ci entra e ne esce asettico e con sempre meno entusiasmo, soggiogato dall’euforia di un capo che lo educa, lo dirige e lo sprona. Sarà il coinvolgimento in un progetto importante a colmare il vaso con la famosa goccia che lo farà traboccare, fino all’epilogo, dove l’evidenza di una vita troppo affaccendata mostrerà tutto il suo cinismo e il suo disprezzo...
Il lavoro, al pari di amore e violenza, è uno dei volani maggiori della nostra fantasia. Capace di condizionarci in modo irrimediabile, penetra nei nostri tessuti, ci riempie la vita e il cervello e i suoi argomenti possono calpestare qualsiasi altra buona passione noi possiamo, come una piantina, provare a coltivare. Perciò è comprensibile che un soggetto come questo abbia riscosso consensi ed entusiasmi, prima sul blog http://studioillegale.splinder.com (vero mezzo di comunicazione tra mondi lavorativi diversi, che in rete si incontrano, confessandosi reciprocamente le loro pene) e poi sulla carta stampata. L’emblema di un lavoro tiranno che arricchisce il borsello e che impoverisce l’esistenza si concretizza nella vita di Andrea Campi, che scende ad ampie falcate la scala di valori della sua vita, toccando il fondo per poi provare a risalire. Un bestiario che doveva essere ancora quello degli uomini-avvocato, che mostrando la faccia buona della legge, nascondono la propria vita smodata o irregolare. Tragicamente ironico, il libro rielabora e raccoglie in trama narrativa le esperienze di vita vissuta dall’autore che riprende aneddoti e ricordi, trasformandoli e rielaborandoli. Eloquenti i discorsi nei pressi della macchinetta del caffè, deliranti certi aneddoti su colleghi e clienti. Senza grandi rivelazioni o metafore illuminanti, il libro si rivela scorrevole e disarmante nella sua visione frustrata della categoria e non tradisce le aspettative di un finale salvifico, dove l’uomo torna nudo per ricominciare d’accapo. Una buona capacità narrativa, divertente e irriverente, anche se a volte quasi scontata nei luoghi comuni o nelle macchiette. Va bene, siamo italiani, ma perché affondare il coltello nella piaga?