In questa intervista chiacchiero con Andrev Walden della sua volontà di trasformare la propria infanzia travagliata in una sorta di fiaba moderna, mantenendo però uno sguardo leggero, quasi comico, anche sui passaggi più oscuri della sua storia. Di persona, Walden ricorda a sua volta un personaggio fiabesco: un gigante buono. È un uomo di grande statura e corporatura imponente, ma si muove e parla con modi pacati, quasi timidi, accompagnando le risposte con gentilezza e una risata leggermente nervosa. Andrev Walden ha presentato il suo romanzo d’esordio al Salone del Libro di Torino 2026. La foto è di Joel Nilsson.
Il tuo Maledetti uomini, scritto in svedese, è stato subito tradotto in Danimarca e ora anche in italiano…
Sì, è uscito contemporaneamente in Norvegia e in Danimarca. Penso sia molto interessante che la stessa storia possa funzionare in luoghi così diversi. Perché la storia del romanzo dipende molto dall’umorismo, dalla comicità. Anche se è una commedia nera, bisogna poter ridere. E la comicità si traduce in modo molto diverso da una lingua all’altra. Eppure, a quanto pare, funziona bene anche in italiano. Voglio che le persone ridano mentre lo leggono. Io ho riso molto mentre lo scrivevo. E da sempre, anche quando si trattava di storie oscure, ridere è stato il modo in cui io, mia madre e i miei fratelli e sorelle abbiamo parlato del passato. Non ne abbiamo mai parlato seriamente. Ci abbiamo sempre riso sopra, forse perché è l’unico modo in cui riusciamo a parlarne. C’è un tipo particolare di risata che nasce quando parli con i tuoi fratelli dei tuoi genitori, di quanto siano imbranati o pazzi. È quasi un meccanismo naturale: i figli sono destinati a ridere dei propri genitori. Anche quando non c’è nulla di folle, fa parte del processo di crescita e di emancipazione ridere dei propri genitori. E spesso i genitori lo accettano. Io adoro quella risata, è quella che condivido con i miei fratelli quando parliamo dei nostri genitori. Ed è proprio quel tono che volevo portare nella storia. Volevo che il lettore avesse la sensazione di origliare una conversazione tra fratelli che parlano dei loro genitori, e che notano l’aspetto comico anche nelle situazioni più assurde.
Parlando proprio del tono, la storia vista attraverso gli occhi del bambino, del “te” bambino, funziona molto bene. Come dicevi anche durante la presentazione, lo sguardo era completamente privo di giudizio, era semplicemente uno sguardo che osservava le cose per quello che erano, senza aggiungere interpretazioni o opinioni. O no?
I bambini sono grandi narratori perché si limitano a osservare. E questo rende la storia più interessante. Inoltre, ho cercato di guardare gli uomini della storia con uno sguardo gentile, di osservarli nel modo più amorevole possibile. E penso che fosse importante, perché naturalmente tra il bambino del romanzo e i suoi patrigni esisteva dell’amore, un amore molto complicato, certo. Ma è molto più interessante sia così, piuttosto che leggere di un bambino che li descrive come dei mostri, perché normalmente i bambini non la vedono così.
A proposito di sguardo senza giudizio, tu sei anche giornalista, giusto? Scrivere senza giudizio fa parte della tua formazione quindi?
Lo ero. Adesso ho smesso per scrivere romanzi a tempo pieno, ma ero anche un pessimo giornalista. Sembra terribile dirlo, ma non ero abbastanza interessato agli altri per essere un buon giornalista. Per fare quel mestiere bisogna avere una genuina curiosità verso gli altri e credo di essere un po’ troppo incentrato su me stesso. Per questo la letteratura mi viene molto più naturale. Gli scrittori spesso sono molto centrati su stessi e fare lo scrittore mi permette di esserlo. In un certo senso anche la storia è autoreferenziale, perché è sempre raccontata dal mio punto di vista. Anche da giornalista scrivevo sempre dal mio punto di vista, mettendo me stesso al centro, che non è esattamente il modo migliore di fare giornalismo. Scrivevo soprattutto articoli d’opinione, dove questo è più consentito.
Capisco. Quindi la letteratura si adatta meglio al tuo carattere, al tipo di persona che sei?
In realtà non sono molto interessato alla realtà, anche se si potrebbe pensare il contrario dato che ho scritto un romanzo autobiografico. Preferisco le fiabe. Il mio romanzo ha qualcosa di fiabesco. “Sette padri in sette anni”, sembra l’inizio di una fiaba. Non l’ho scritta perché fosse vera, l’ho scritta perché mi sembrava una bella storia. Una bella fiaba. Anche se è vera.
Dimmi qualcosa di più su questo. Come è cominciato tutto? Quando ti sei reso conto di avere dentro di te una storia che volevi raccontare?
Me ne sono reso conto molto presto, già nel periodo in cui si svolgono i fatti che racconto. Me ne rendevo conto persino da bambino. Ero un bambino un po’ inquietante, in un certo senso. È una cosa un po’ strana, ma riuscivo a vivere esperienze molto forti, anche terribili, come quelle che ci sono nel romanzo, e la sera stessa andare a letto pensando: “È stato orribile, ma è anche una scena fantastica”. Memorizzavo quelle scene pensando che un giorno le avrei usate. Non so se tutti i bambini facciano così, ma credo che fossi destinato a diventare un narratore fin da piccolo, una specie di piccolo podcaster che raccoglie contenuti, memorizzando tutto.
Quindi hai iniziato a scrivere, già da molto giovane?
No, però sapevo già allora che la scrittura era il mio talento principale, o almeno così credevo. Non osavo però mettermi davvero alla prova, perché avessi scoperto che non ero così talentuoso, non mi sarebbe rimasto niente e la mia vita sarebbe finita. Sembra una cosa folle, ma credo che molte persone si riconoscano in questa paura. Molti pensano di avere un talento, o almeno credono di averlo, ma hanno paura di provarci davvero, perché se poi non funziona non resta più nulla. E in fondo non sono nemmeno contrario all’idea di tenersi dentro un sogno, perché a volte fantasticare su qualcosa può essere più utile che realizzarlo davvero.
Però a un certo punto l’hai fatto…
Sì. Di certo farlo mi ha reso meno vulnerabile agli interessi del mutuo dell’appartamento! Naturalmente mi ha migliorato la vita, perché adesso posso fare quello che desidero. Posso stare da solo in una baita a scrivere. Non sono uno che lavora bene in squadra, non mi piace lavorare con gli altri. Nei giornali ho perfino fatto il caporedattore, o un ruolo del genere. Ero un capo terribile. Non mi fidavo di nessuno. Ero il peggior tipo di capo possibile, perché aspettavo che tutti andassero a casa e poi restavo due ore in più a rifare il lavoro di tutti. Quando tornavano il giorno dopo trovavano tutto modificato da me. Il peggior capo immaginabile, uno che non si fida di nessuno. Per questo credo che scrivere da solo sia davvero l’unica cosa adatta a me. E il fatto che il romanzo abbia avuto successo mi permette di continuare a vivere così ancora per qualche anno. Ho appena firmato un contratto per due libri.
Cosa ti ha fatto fare il salto? Hai detto che per molto tempo eri combattuto e avevi paura. La storia era lì e a un certo punto hai deciso: la scrivo?
A essere completamente sincero, stavo aspettando che i miei vecchi patrigni diventassero abbastanza anziani da non poter più farmi del male se avessero scoperto che avevo scritto un libro su di loro. Volevo semplicemente che raggiungessero un’età in cui, nel caso si fossero presentati, sarei stato in grado di affrontarli in uno scontro corpo a corpo. Alla fine non si sono presentati, ma questo era uno dei motivi. L’altro motivo era che cercavo il tono giusto. Ho provato diverse volte a scrivere questa storia, ma non riuscivo a trovarlo. Una storia su un’infanzia difficile rischia facilmente di trasformarsi in una richiesta di compassione, e io non volevo assolutamente scrivere qualcosa del genere. Dovevo trovare un tono che mi permettesse di riderci sopra, perché negli ultimi anni sono stati pubblicati molti libri su infanzie traumatiche e volevo trovare un approccio personale. Non volevo essere semplicemente un altro tassello di quel genere di letteratura. Ho fatto scrivere “romanzo” sulla copertina, anche se in realtà è una storia autobiografica, perché volevo allontanarmi dalla letteratura confessionale, che non mi interessa molto. Ci sono opere magnifiche di autofiction, naturalmente, ma quando consegnai il manoscritto al mio editore gli ordinai di leggerlo come se fosse narrativa. Gli dissi: “Se non regge come opera di finzione, non pubblicarlo. Non devi pubblicarlo perché è vero, ma perché è una bella storia”. Credo che anche l’autofiction debba essere sottoposta allo stesso criterio: ha bisogno di essere narrativa, di saper raccontare. E io stesso non ero sicuro che la mia storia reggesse come romanzo. In realtà non ne sono ancora del tutto sicuro, anche se naturalmente il mio editore mi disse subito di sì. Però gli editori amano l’autofiction perché vende, quindi non posso fidarmi completamente del loro giudizio. Ma visto che molti lettori sembrano essersi divertiti leggendo il libro, immagino che, in fondo, la storia funzioni.
A proposito del rapporto tra finzione e autobiografia, nel libro dai soprannomi praticamente a tutti, tranne che a te stesso. Mi chiedevo se fosse una scelta dettata da ragioni pratiche, legate anche all’anonimato, oppure se ci fosse anche una ragione più psicologica, se capisci cosa intendo…
Prima di tutto c’erano motivi legali. Nel libro avvengono molti crimini: donne e bambini vengono picchiati e, anche se tutto è vero, ci sono comunque ragioni giuridiche per non usare i nomi reali. Ma soprattutto credo che dipenda dal fatto che voglio scrivere fiabe, e i soprannomi davano alla storia un’atmosfera da fiaba, che mi piace molto. Dopo l’uscita del libro lessi una recensione su un giornale in cui un critico culturale scriveva che questo era un romanzo picaresco. Non conoscevo nemmeno la parola. Dovetti cercarla su Wikipedia per capire cosa significasse, e leggendo la definizione dei romanzi picareschi pensai immediatamente: “Sì, è esattamente quello che volevo fare”. Senza sapere cosa significasse, riconobbi subito che era proprio quella la forma che cercavo. Il romanzo picaresco ha spesso quell’atmosfera da storia troppo incredibile per essere vera, quasi troppo selvaggia per essere reale, e a volte la mia storia dà proprio quella sensazione. Ho avuto perfino il problema che il mio primo patrigno, quello chiamato “il mago delle piante”, è quasi troppo assurdo. Se la storia fosse stata pura invenzione, avrei dovuto smussare ancora di più il personaggio, perché a volte è talmente folle da risultare quasi inverosimile. Come dicevo anche durante l’incontro, crescere con lui è stato molto difficile, ma averlo come personaggio è stato estremamente conveniente. Se vuoi fare lo scrittore, è probabilmente il miglior padre che si possa desiderare.
Spero non sia inappropriato chiederti se questo romanzo ha rappresentato anche un modo per elaborare ciò che hai vissuto…
Questa domanda mi viene fatta spesso. Di solito rispondo che non avevo alcuna intenzione “terapeutica” quando ho scritto il libro. Per qualche motivo, la mia infanzia è semplicemente come un film che ho visto una volta. Non provo particolari emozioni quando ci penso. Detto questo, il romanzo ha avuto degli effetti terapeutici, ma non tanto su di me. Ha aiutato altre persone della mia famiglia a iniziare a elaborare certe cose e a parlarne tra loro. Ha aperto molte porte. Ho incontrato anche molti lettori che mi hanno detto che il libro li ha aiutati a ridere dei propri traumi, a trovarvi dentro una dimensione umoristica o comica, e questo mi rende molto felice, perché credo molto più nel ridere del passato che nel parlarne in terapia. Ho compiuto cinquant’anni due giorni fa e non ho mai passato nemmeno un minuto in terapia. Non credo di averne bisogno. Mia moglie, a volte, non è d’accordo, ma la vita è così breve che non riesco a immaginare di trascorrere il poco tempo che ho parlando di qualcosa di così noioso come me stesso. Non so davvero come facciano le persone a trovare il tempo per andare in terapia. Lascia andare le cose e basta. Naturalmente è facile dirlo quando si è una persona che riesce facilmente a lasciar correre. Mi rendo conto che non tutti funzionano così. Però, ogni volta che qualcuno mi chiede come affrontare un passato difficile o un trauma infantile, la mia risposta è sempre la stessa: trova un modo per riderci sopra. Cerca l’umorismo. Alla fine, vince sempre chi ride. I bulli, purtroppo, lo sanno bene. Ma dovremmo saperlo tutti: alla fine, chi riesce a ridere è quello che vince.
I fatti raccontati nel libro risalgono a circa trentacinque anni fa e nel frattempo molte cose sono cambiate. Oggi c’è una maggiore consapevolezza, per esempio, della violenza psicologica. Secondo te, se l’André del libro crescesse oggi in una situazione simile, cosa sarebbe diverso?
Probabilmente oggi c’è meno violenza, perché la violenza all’interno della famiglia viene discussa più apertamente ed è anche condannata con maggiore chiarezza. Quando sono nato io, credo che non esistessero nemmeno leggi che rendessero illegale lo stupro all’interno del matrimonio. E se si torna ancora più indietro di dieci o vent’anni, era perfino considerato accettabile picchiare la moglie e i figli. Oggi c’è sicuramente una grande differenza. Ma la caratteristica principale degli uomini presenti nel libro è il bisogno di controllo e il narcisismo, e quel tipo di violenza non è scomparsa. Crescere accanto ad adulti controllanti e narcisisti resta una cosa molto difficile e, sinceramente, non saprei dire quale sia il modo giusto per affrontarla. C’è sempre quella lealtà dei figli verso i genitori di cui parlavamo prima, e quella lealtà continuerà sempre a rappresentare un ostacolo. Quindi il fatto che oggi la cultura sia diversa non significa necessariamente che ci sia meno violenza, meno controllo o che uomini di questo tipo siano scomparsi. La lealtà all’interno della famiglia continuerà sempre a essere un elemento complicato. Eppure, quella stessa lealtà è anche qualcosa di bello. Rimane un’arma a doppio taglio.