Avrei dovuto incontrarla al Salone del Libro di Torino 2025, ma gli imprevisti hanno avuto la meglio e non è stato possibile organizzarci. Eppure, a volte, l’attesa aggiunge valore all’incontro. Come nell’intervista in cui Csaba dalla Zorza si svela oltre il volto noto di tante trasmissioni e si conferma un’autrice attenta e sensibile, capace di intrecciare, nel suo primo romanzo, stile e profondità narrativa. E nelle sue parole finali lascia intuire che potremo ritrovare i suoi personaggi tra le pagine di un nuovo libro… La foto è di Francesco Dolfo.
Hai scritto un romanzo dopo ventitré libri di cucina e sul galateo: lo consideri un traguardo o un punto di partenza?
Indubbiamente un punto di partenza, mi sento un’esordiente su un terreno poco sconosciuto, affollato e difficile. Ma sono contenta di aver messo dentro il primo piede.
Qual è stato il momento più emozionante in tutto il processo di scrittura, dalla prima idea fino alla pubblicazione del libro?
Come per i precedenti libri, il momento più emozionante è quando arriva la prima copia rilegata. Sino a quel momento mi sembra sempre che sia qualcosa che “non ho ancora fatto”.
Qual è la tua routine rispetto allo scrivere? Richiedi alla scrittura lo stesso rigore necessario ad apparecchiare una tavola?
Richiedo rigore a tutta la mia vita, sono molto disciplinata, perché desidero fare molte cose e non c’è spazio nel mio carattere per il “fatto al volo”. Scrivo la mattina presto, tre ore, poi mi dedico ad altro.
Se la sua immagine pubblica è segnata dalla cura per i dettagli e per la forma, nel romanzo questa cifra si traduce nella costruzione dei personaggi e dell’intreccio. La protagonista intraprende un viaggio profondo e interiore alla ricerca di sé stessa. Da dove nasce l’urgenza di raccontare una storia di riscoperta personale così intima e delicata?
Da sempre sono un’attivista per la famiglia e il matrimonio come “situazione” non come “istituzione” è cambiato moltissimo negli ultimi 50 anni. Da cosa necessaria a totalmente superflua. Desideravo dare il mio punto di vista sul senso del dovere e sulle rinunce che anche le donne di oggi (non solo quelle di ieri) devono mettere sulla bilancia della propria vita. La governante è un romanzo che dedico a chi, per amore della propria famiglia, mette il ruolo di madre e di moglie davanti a se stessa. Ma poi…
La figura femminile centrale è insieme elegante, forte e segnata dalle rinunce. Quanto di lei appartiene alla tua esperienza personale o a quella di donne che hai conosciuto?
La trama del romanzo non corrisponde nei dettagli a quella della mia vita, ma c’è molto di me nella governante e tutto di lei in me. Ho voluto creare un personaggio che mi assomiglia tanto, per poter condividere certi pensieri che sono anche i miei.
Molti lettori e lettrici possono riconoscersi in uno dei tuoi personaggi. Con quale di loro senti di avere maggiore affinità, emotiva o intellettuale?
Con l’io narrante, per ovvi motivi, e perché essendo psicoterapeuta fa un lavoro che io avrei potuto fare. Mi affascina molto la psicologia, comprendere il perché dei comportamenti. Non sono mai stata in analisi, ma ho letto tantissimo sul tema.
Il romanzo tocca tematiche come la libertà interiore, l’emancipazione da modelli imposti e il coraggio di reinventarsi. Che ruolo hanno avuto questi temi nella costruzione della trama?
Sono stati il punto di partenza, perché volevo dire a chi legge: “Non è mai troppo tardi per essere felici facendo quello che desideriamo. E – soprattutto – non è sbagliato scegliere di fare ciò che desideriamo di più, anzi, è il motore di tutto”.
Hai raccontato la trasformazione di una donna non più giovane che va contro certi stereotipi: è stata una scelta consapevole anche contro il culto dell’eterna giovinezza?
Sì, certo: ho sempre detto che non ricorrerò mai alla chirurgia estetica su di me (spero di essere coerente con questo pensiero sino in fondo, per ora lo sono stata). Non voler invecchiare è sbagliato, ci fa lottare e perdere contro la nostra natura. Ne sono convinta.
Il tuo stile è sobrio, elegante, essenziale, eppure profondamente evocativo. Come hai lavorato sulla voce narrante?
Mi è stato insegnato che devi avere dei modelli nella vita, per me il punto di arrivo (inarrivabile) è lo stile di scrittura di Annie Ernaux. Quindi ho tagliato i fronzoli, che è anche una cosa che mi appartiene molto nel privato. Non sono romantica, detesto le sorprese e il romanticismo, mi fanno sentire in imbarazzo.
In un tempo in cui la narrativa femminile spesso si concentra sul trauma o sulla rivalsa, tu hai scelto la via dell’introspezione pacata. Come mai questa decisione per certi aspetti controcorrente?
Non seguo mai le tendenze, in nessun campo della mia vita. Credo sia la mia “cifra stilistica” se così si può definire. Quindi, non mi sono posta il problema. Ho scritto quello che desideravo scrivere da otto anni a questa parte. Mi ricordo perfettamente il giorno in cui ho capito chi era “la governante” dentro di me. Era il mese di settembre del 2017.
Il titolo del libro, insieme all’immagine della copertina, richiama una figura discreta e apparentemente secondaria. Quanto è simbolica questa scelta, e in che modo rispecchia la visione che hai della donna contemporanea?
La scelta della copertina, che è stata creata dal bravissimo art director di Marsilio, Stefano Bonetti, vuole essere evocativa di quello che è l’essenza del racconto. Una “donna senza nome” – infatti il nome della protagonista si scopre solo alla fine. La governante si sente “più necessaria che amata”. Secondo me, in un mondo dove molte donne, come me, avendo scelto di voler fare carriera, ma non volendo rinunciare alla famiglia, si sentono spesso “sotto pressione” per il doppio ruolo, la mia protagonista ha saputo dare voce a moltissime donne che si sono ritrovate nel personaggio e me lo hanno confermato scrivendomi centinaia di messaggi e-mail. La governante è una di noi.
Il silenzio e la parola, insieme a forma e sostanza, sembrano alternarsi nel ritmo della storia, quasi come in una partitura musicale. Quanto è importante per te il “non detto” nella scrittura?
Per me è una tecnica narrativa. Ho scritto il libro immaginandomi che ciascuno avrebbe potuto colmare i silenzi con le proprie parole. Questo aiuta chi legge a creare una storia nella storia, dentro la quale si può sentire più in empatia con gli eventi. E poi, il silenzio a volte è una forma di comunicazione potente.
Anche gli oggetti – una tazza, un foulard, un abito – sembrano talvolta custodire più parole di un dialogo. Qual è il valore, narrativo e no, che dai alle cose?
Gli oggetti in questo libro sono molto importanti, hanno un ruolo, rappresentano una routine cristallizzata difficile da scardinare, e confortante al tempo stesso. Ci sono molte “madeleines proustiane” nel racconto, la lettura della Recherche (anche se ormai fatta da anni) mi è stata utile.
Allo stesso modo, i gesti – apparecchiare una tavola, sistemare dei fiori freschi, cucinare un piatto – hanno la grazia delle azioni rituali e sembrano parlare un linguaggio tutto loro. Quanto è importante per te, nella scrittura come nella vita, questa forma di comunicazione sottile?
Credo di aver fatto di questo linguaggio pacato il mio modo di esprimermi. È trasversale in tutto quello che faccio, in cucina, in casa, sul lavoro. Sono così io.
Cosa speri che le lettrici e i lettori portino con sé dopo aver chiuso l’ultima pagina de La governante?
Il libro stimola la riflessione sulla posizione delle donne nella società contemporanea. Spero che chi ha amato La governante abbia voglia di leggere il seguito.