Prima della presentazione del suo romanzo d’esordio al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, ci ritagliamo venti minuti per parlare dei temi e delle atmosfere che permeano il romanzo: l’apartheid di genere, cosa significhi essere testimoni del presente e la responsabilità di agire di conseguenza, e il ruolo delle donne nei fermenti della società iraniana. Abbiamo appena preso posto sul divanetto al foyer dell’hotel, che a Khayyer cade l’occhio sul mio quaderno a tema “Orgoglio e pregiudizio”. Con una voce pacata e al contempo ferma, dà inizio lei stessa all’intervista con una riflessione sui personaggi di Jane Austen.
Penso che i libri di Jane Austen siano ancora sottovalutati. Sono molto femministi, con personaggi femminili molto forti. In Nel cuore del gatto faccio anche riferimento al personaggio di Lizzie…
Dimmi di più. Anche il tuo libro è ambientato in un mondo di donne. I personaggi di Jane Austen hanno ispirato qualcuno nel libro, o come si inseriscono nel tuo lavoro?
I personaggi di Jane Austen non sono stati un’ispirazione, ma mi piace il suo lavoro perché, come dicevo, Austen crea un ambiente molto femminile, e queste donne hanno tonalità molto diverse tra loro. E a me piace ritrarre i diversi percorsi e le diverse strade che le donne possono prendere, senza alcun giudizio. È questo che apprezzo in Jane Austen. Ed è così che percepisco la vita: osservo le diverse possibilità senza attribuire valore o giudizio. Questo aspetto era molto importante per me in Nel cuore del gatto. Ho scritto un libro sull’autodeterminazione, quindi non voglio imporre nulla ai personaggi, e non voglio che i personaggi impongano nulla agli altri personaggi. Era molto importante per me che il personaggio di Roya, la sorella della protagonista, non imponesse le proprie esperienze alla figlia, il personaggio di Nika, né le proprie paure. È una cosa che accade spesso nella società, le madri vogliono proteggere le figlie, forse dagli errori che sentono di aver fatto, o dal dolore che sentono di aver vissuto, ma la verità è non possiamo proteggere nessuno. Ognuno deve fare la propria esperienza, deve almeno avere la possibilità di vivere la propria vita e fare la propria esperienza.
Dici che Roya ha lasciato molta libertà alla figlia di vivere la sua esperienza e unirsi alla rivoluzione. D’altro canto, ho avuto la sensazione che Jina, la zia e protagonista, fosse molto protettiva nei confronti della nipote. Quando la chiamava era sempre molto preoccupata. Mi chiedevo se il fatto che fosse fisicamente lontana avesse giocato un ruolo nel plasmare il loro rapporto…
No, non credo. E penso che quella preoccupazione si esprimesse come monologo, il che è molto importante. Jina non ha mai espresso la sua preoccupazione ad alta voce, solo in conversazioni con se stessa. Quindi era un meccanismo di controllo e questo, secondo me, è sano. Nella loro dinamica volevo mostrare che sì, possiamo preoccuparci per qualcun altro, ma dobbiamo comunque tenerlo per noi. Non dovremmo imporlo agli altri. Ecco perché c’erano quasi due “facce”. C’era il monologo, la “faccia” con la quale Jina parlava a se stessa delle sue paure e preoccupazioni, ma poi al personaggio della nipote mostrava un volto diverso, un altro viso. E non credo che la distanza conti, perché penso che la distanza sia un costrutto molto astratto. Possiamo sentire una distanza fisicamente: per esempio, ora io sono a Torino e mia moglie è nel sud della Francia, quindi c’è una distanza molto grande. Ma allo stesso tempo, lei è proprio qui. Io uso il telefono e Instagram come strumenti narrativi. Con questi mezzi hai una connessione immediata, istantanea, con le persone. Anche attraverso le videochiamate. Quindi, ripeto, la distanza diventa astratta perché puoi essere molto lontana ma anche proprio lì. E in un secondo puoi far apparire tutto sullo schermo. E magari gioco un po’ con la mente del lettore, chiedendomi: è un po’ una scusa quando a volte diciamo che qualcosa è distante? E perché percepiamo qualcosa come lontano o come molto vicino?
E come stavi cercando di provocare questa riflessione nel lettore?
Non sono necessariamente una provocatrice. È una parola interessante, però non credo che le mie motivazioni risiedano nella voglia di provocare. Sto più interrogando. Interrogo me stessa e, scrivendo, sto cercando di rispondere alle mie stesse domande. Quindi immagino che lo stesso processo avvenga per il lettore. Per me, scrivere è un dialogo. Prima di tutto è un dialogo con me stessa e con il mondo che mi circonda. Ma è anche un dialogo con il lettore. È un atto molto intimo. Il lettore, come me, è solo mentre legge e sente una voce nella propria testa. Ed è quello che faccio io quando scrivo: sono sola nella mia stanza e sento una voce. Quindi penso che quell’intimità crei un’esperienza simile.
Vorrei parlare un po’ del personaggio di Iman. È una donna che si veste da uomo perché “in questo modo ha la libertà di muoversi”, ma allo stesso tempo, non ha la libertà di essere se stessa, perché, appunto, deve vestirsi da uomo. Come la vedi tu? Cosa guadagna Iman e cosa perde compiendo questa scelta?
Beh, per me Nel cuore del gatto ha molti aspetti. Uno degli aspetti chiave è raccontare cosa significa essere una donna iraniana e cosa significa trovare delle possibilità all’interno delle impossibilità che il patriarcato impone al corpo delle donne. Per me, da scrittrice, il personaggio di Iman è uno dei più stimolanti, e vedo anche che è uno dei più coinvolgenti per il lettore, almeno dai riscontri che ho ricevuto. Il personaggio di Iman va molto lontano per trovare possibilità. Si rade i capelli, si fascia il petto. È un personaggio giovane, e nella giovinezza possiamo essere più facilmente androgini. Il corpo si definisce più tardi, con l’età. Quindi nella giovinezza abbiamo davvero queste due energie dentro di noi. E sono interessata a questo aspetto da più punti di vista. Ecco perché sono felice di essere riuscita a creare questo personaggio. Un altro grande aspetto di Nel cuore del gatto è la lingua. Chiaramente è un libro sull’apartheid di genere e sull’oppressione del patriarcato, ma è anche un libro che celebra la bellezza della lingua. La mia prima lingua è il tedesco, ma anche la lingua iraniana. E ciò che è molto interessante, e che sottolineo anche nel romanzo, è che la lingua iraniana non ha genere. È una lingua non binaria. E il personaggio di Iman è un personaggio non binario. Quindi penso che non si tratti tanto di guadagnare o perdere qualcosa. Io non penso in queste categorie, penso in termini di possibilità. Questo è il suo percorso, in questo momento della sua vita, per vivere la vita nel modo in cui vuole viverla. Credo che nessuno di noi abbia una vita “arcobaleno”. Ci sono sempre complicazioni, confini, barriere. Sbattiamo sempre contro un muro. Quindi come ci muoviamo? Come troviamo una strada nel labirinto?
Nel mondo delle possibilità, come vedi questo personaggio nel futuro? Diciamo, se dovessi immaginare più avanti nel tempo la strada che lei intraprende…
Io sono una romanziera e scelgo di raccontare una storia in un certo momento. Il mio interesse è il presente. Sono una persona che vive molto nel presente e nella memoria. Perché per me scrivere riguarda la memoria, la possibilità di rivivere dei momenti. In ogni caso, sento che noi siamo memoria, perché tutto ciò che vediamo, che sentiamo in questo momento, ha un riferimento a qualcosa che già conosciamo. Mi piace l’immediatezza del presente.
Ho annotato una frase che nel libro dice Amir Esmat. Dice a Jina: “Devi sapere tutto, la memoria non si può perdere”. Ho l’impressione che questa frase abbia a che fare con ciò che hai appena detto, riguarda la memoria di ciò che lei vuole trasmettere alla nipote. È questo che intendi quando parli di memoria e della sua importanza?
Io so che questo è un telefono e questo è un quaderno e questa è una penna, perché l’ho imparato nel passato. Quindi tutto ciò che è familiare è radicato nella memoria. Solo ciò che non è familiare appartiene all’immediato. Quindi penso che queste due cose debbano sempre essere in dialogo. Siamo ciò che sappiamo, ciò che abbiamo sentito, ciò che abbiamo visto. E per andare avanti, dobbiamo possedere la memoria, comprenderla e rifletterci sopra. Prendi la situazione politica in cui ci troviamo ora, al fascismo che cresce ovunque in Europa. Ma noi abbiamo la memoria della società che ha vissuto sotto il fascismo. Se però non onoriamo questa memoria, se non la riportiamo alla luce continuamente, corriamo il rischio di finire in qualcosa che sappiamo già essere molto negativo. Quindi questo è ciò che intendo per memoria. Dovrebbe essere preservata. E in particolare mi sono resa conto, quando Jina Mahsa Amini è stata uccisa, che molte persone fuori dall’Iran, che non hanno alcun legame con l’Iran, non sanno molto su questo argomento. È normale. Non puoi aspettarti solo perché sei italiano e conosci la tua storia che ogni essere umano su questo pianeta conosca l’Italia e la storia italiana. No. Quindi se vuoi farla conoscere e capire, devi raccontare una storia. La storia deve essere radicata nella memoria, perché devi raccontare tutta la storia per toccare il cuore di qualcuno.
Parlando ancora un po’ di donne e identità: la parola per i vani nascosti che avevano in Iran, quando Jina è andata per la prima volta, è “doppio fondo”…
È lo stesso in tedesco, letteralmente “doppio pavimento”.
Il “doppio fondo” mi è sembrato per le donne in Iran anche il simbolo di un secondo strato della loro vita, nascosto. Anche la protagonista vive una dualità nella sua identità e mi chiedevo come sia stato per lei scoprire, quando è andata in Iran per la prima volta, che anche la sua famiglia viveva una dualità…
Penso questa sia una cosa che viviamo tutti. Non credo che sia un fenomeno specificamente iraniano, ma un destino in cui tutto possiamo identificarci. E penso che sia anche un aspetto interessante su cui riflettere. È possibile una vita senza “doppio fondo”? O la vita è sempre a “doppio fondo”? Per esempio, puoi avere il tuo posto di lavoro e poi vivere un’esperienza molto diversa a casa tua, oppure vivere un’opposizione tra la tua vita diurna e notturna. Quindi, ripeto, la domanda è: esiste un’esistenza senza il doppio fondo?
Immagino che, se la mettiamo così, non sarebbe solo doppio, ma di tanti strati. Parlando di lingua, hai menzionato quanto sia importante il linguaggio e ho anche letto quanto è importante la poesia per la cultura iraniana. Hai detto che è addirittura “esistenziale”, che fa parte dell’esistenza. E hai menzionato anche Forough Farrokhzad, la poetessa più importante. La mia domanda sarebbe: qual è secondo te il ruolo della poesia, della letteratura all’interno della rivoluzione iraniana? Come la vedi?
Per me, la differenza è che la poesia è un’estrazione molto immediata di un’emozione pura. Nella letteratura, in un romanzo, abbiamo l’opportunità di dipingere un quadro più ampio. E penso che l’ideale per qualsiasi forma di espressione artistica, che sia una canzone, una poesia o un romanzo, sia di catturare un momento nel tempo e il sentimento che lo accompagna. Noi siamo testimoni. Io mi vedo come una testimone, ed essere una testimone per me comporta una responsabilità. E penso che, come esseri umani con il “doppio fondo”, siamo tutti testimoni. Ma ognuno può scegliere il proprio percorso, ciò che fa. Uno si impegna nel sociale, l’altro dedica il suo tempo a scrivere. Penso che per me questa sia l’essenza dell’arte, almeno l’arte che mi tocca. Sono appena stata a Venezia, alla Biennale, e questa Biennale parla molto di memoria e, direi, di testimonianza. Quindi penso che questo sia ciò che sento essere sempre stato il mio lavoro, fin dalla prima storia che ho scritto, anche come giornalista. Sono una testimone. Anche se sono testimone dell’ascesa di un altro artista, capisci? Per me è questo.
E come si collega ciò che dici al fatto che molte forme di espressioni artistiche di cui parli sono proibite in Iran?
Cosa s’intende per “proibito”? Sono gli esseri umani che fanno le regole, no? Quindi proibito non significa niente. Qualcuno può dire che questo o quello è proibito e censurato, ma non può proibire di raccontare storie. È un tentativo ridicolo. Uno dei cinema più forti, più politici del mondo è il cinema iraniano. Se guardi solo agli anni passati, da Jafar Panahi ai registi che fanno film che catturano, che testimoniano, che raccontano la storia. Quindi sì, ci sono sempre persone che cercano di censurare, che cercano di proibire, ma non puoi impedire all’acqua di scorrere. Puoi gettare terra su questo stagno, ma l’acqua trova la sua strada, come il vento. L’arte è come il vento e l’acqua. Trovano la loro strada.
Abbiamo tempo per un’ultima domanda. Non ci sono molti uomini nella storia, ma sono curiosa di sapere qualcosa del padre di Jina. Lei racconta che è andato via e non è mai tornato in Iran. Molti dei mariti delle sue zie sono stati uccisi. Quindi in realtà sembra esserci un destino diverso per gli uomini rispetto alle donne in Iran. E sarei curiosa di sapere come è stato per suo padre non poter tornare indietro…
Non ci sono uomini nella storia perché il focus di Nel cuore del gatto è raccontare cosa significhi essere una donna iraniana. È una scelta. Per quanto riguarda il destino degli uomini e delle donne, penso sia una cosa universale che esiste nella società. Il corpo femminile è lì per essere oppresso e il corpo maschile è lì per sostenere e proteggere il potere. Quindi nel caso della figura del padre, perché è andato via? Perché era in età per diventare soldato. Questo è universale. Lo vediamo ora. Viviamo di nuovo nell’anno 2026. Guerre ovunque e guarda cosa fanno agli uomini: vengono chiamati in guerra. Quindi per un uomo ci sono tre possibilità: vieni chiamato in guerra e partecipi al sistema oppressivo, oppure rifiuti e scappi, oppure ti ribelli e vieni arrestato. Quindi c’è una diversità. Ma ripeto, il focus del libro è la vita delle donne. Ma mostro anche l’aspetto maschile, lo ritraggo con linee molto abbozzate, mostrando che c’è questo tipo di uomo, come i mariti delle zie, che si è ribellato contro il sistema quindi sparisce. Quelli che non vogliono farne parte, ma non si ribellano nemmeno, scappano. E poi ci sono quelli che semplicemente si adattano. Ma penso che sia universale anche questo, il ruolo dell’uomo e il ruolo della donna sono in qualche modo chiaramente divisi.
Tu hai detto che ti interessa il presente, l’immediato… ma è difficile aver letto il finale e non chiederti cosa accadrà a Nika. Cosa c’è nel suo futuro?
Ti invito a pensare alla continuazione e anche alle diverse possibilità. E penso che il personaggio di Nika disegni già una prospettiva del futuro. Perché il tema di questi personaggi, il tema della generazione di Nika, è che la libertà è qui o non è da nessuna parte. Se voglio vivere una vita libera, devo liberare il mio Paese. Qual è l’alternativa? Andare via per diventare un rifugiato, per affogare nel Mediterraneo, per essere un migrante, per farmi sputare addosso per strada dai fascisti di destra europei? Penso che sappiamo cosa succederà nel futuro, perché quello che succederà nel futuro sta già succedendo nel presente. Ed è esattamente lì che rendo il lettore testimone del presente e chiedo la responsabilità del lettore di agire. A partire dal finale spetta a te decidere: cosa fai adesso con questa testimonianza della realtà, e qual è la tua prossima azione? Cosa farai con ciò che adesso sai?