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Veronica e il diavolo

Veronica e il diavolo

Roma, dicembre 1835. I padri esorcisti decidono per la realizzazione di una cappella in casa Hamerani, nel rione romano di Sant’Eustachio, dove tenere il corpo e il sangue di Cristo e il lume sempre acceso. Ciò al fine di poter celebrare una messa ogni giorno. Fino ad allora, si è portato il tabernacolo dalla chiesa di San Carlo ai Catinari alla casa di Veronica con una piccola processione. Il diario di Padre Francesco Manera, nelle pagine scritte durante la notte tra il 30 e il 31 gennaio 1835, riporta l’avvenimento. Il religioso ricorda il tintinnio dei campanelli, le candele, le voci alte degli uomini che recitano salmi inginocchiati intorno al letto di Veronica. I vicini di casa degli Hamerani, nella via di Sant’Anna, non gradiscono quel viavai, i parrocchiani mormorano e si lamentano della confusione. Padre Massa - uno degli esorcisti che si appressa assieme a Padre Manera al capezzale della giovane - procura alla famiglia di Veronica un altare acquistandolo da un mercante romano mentre per avere i paramenti il religioso si rivolge alla marchesa Teresa Andosilla, che ha una cappella privata nel giardino del monastero della Trinità dei Monti dove vive da vedova pia ed è riconosciuta pubblicamente come facoltosa benefattrice. In quegli anni è proprio la marchesa Andosilla che finanzia monasteri e case dei gesuiti. Padre Massa la conosce bene perché si è trovato a dirigere alcuni istituti frequentati dalla nobile marchesa. Teresa Andosilla convince al battesimo cristiano le donne di religione ebraica facendole rinascere nel nuovo credo con spirito purificato e nuovo nome. In fondo al fascicolo della Esorcisazione di Maria Antonina Hamerani, ritenuta ossessa si trova una lettera destinata proprio alla marchesa. Anche Veronica tra le dannate da salvare, da sottrarre alla perdizione assieme alle altre delle quali la nobile Teresa si prende cura…

Nella interessantissima ed emozionante introduzione al romanzo, l’autrice - che insegna Storia Moderna all’Università di Bologna - spiega in maniera commovente e partecipata l’origine del romanzo. Una relazione casuale ed imprevista, nel corso di ricerche su un gesuita del Cinquecento che aveva scritto un trattato sul matrimonio, ha fatto sì che l’autrice si trovasse tra le mani un fascicolo di miscellanea contenente circa 300 carte non numerate che descrivevano le sessioni degli esorcismi della giovane Veronica Hamerani dal 23 dicembre 1834 al 23 febbraio 1835. “Dentro c’è parecchia vita da raccontare, si potrebbe farne un romanzo”, ha riflettuto Fernanda Alfieri, che si è cimentata con ardore nella ricerca delle fonti ampliando il raggio dell’indagine sino ai co-protagonisti – i padri gesuiti esorcisti - e alle rispettive biografie. L’intera opera procede dunque con lo sguardo e la tecnica di chi ha alle spalle uno studio rigoroso delle fonti e un’autentica passione per le ricostruzioni storiografiche. L’autrice privilegia dunque i dati documentali che faticosamente ha reperito ponendo in secondo piano l’inventio caratteristica dello scrittore di professione. Ella stessa ammette: “il romanzo è libero, la storia no”. Il lettore dunque, proprio in nome della fedeltà alla storia operata come scelta stilistica dalla scrittrice, coglierà i dati reali sia della giovane Veronica che dei padri esorcisti che accorsero all’interno di casa Hamerani e gusterà l’opera finissima di ricostruzione degli ambienti e dei luoghi compiuta dall’autrice esplorando archivi romani ma anche spagnoli e tedeschi ma non troverà nessun elemento inventato e nessun “personaggio”. Dubitiamo se questo sia il limite del romanzo ovvero rappresenti un pregio intrinseco dell’opera. È certo che questo affascinante affresco, erudito per l’ampiezza delle fonti, si differenza dai tanti racconti contemporanei densi di colpi di scena e di azioni esagerate e costituisce un unicum per aderenza al dato reale.