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Colloqui di pace

Colloqui di pace

Tirolo. Edvard Behrends è un mediatore, un diplomatico norvegese di ottima fama. Fa un lavoro importante, troppo grande: si occupa di favorire negoziati di pace internazionali tra fazioni avverse. Ogni delegazione ha per sé un piano dell’albergo, così che le parti nemiche non abbiano a incontrarsi senza la presenza dei mediatori. Perché è la forza del diplomatico, il battere del suo martelletto l’unica cosa che, spesso, incute davvero timore e rispetto. “Il mio piccolo io contro tutto questo. Il quotidiano contro la profondità del tempo […] tu fai parte di tutto questo. Una parte minuscola, bada bene. Infinitamente minuscola. Ma […] non vieni sminuito. Si stabilisce un rapporto corretto. L’uomo e la natura […] sono questioni enormi quelle di cui ci occupiamo. Dobbiamo portare rispetto a noi stessi per questo”. Edvard è una persona che, dunque, ha un ottimo controllo di sé, sa mantenere i nervi saldi e, quando non lavora, si impegna in lunghe passeggiate rilassanti o scrive a sua moglie raccontandole le sue giornate, il suo lavoro, come faceva un tempo, quando erano lontani sì, ma presenti l’uno per l’altra, consapevoli dell’esistenza dell’altro nella propria vita. Oggi, non è così: Anna non c’è più. “Perché, pur essendo irraggiungibile, eri lo stesso così prossima? Mi chiedevo. Eri proprio lì […] appena sotto la superficie – eppure fuori portata”…

“Il sentimentalismo funziona così, secondo me. Nasce soprattutto da una contemplazione a occhi umidi. Non è adatto all’aria secca del presente vissuto”. Pagine cariche di sentimentalismo, d’un groviglio di emozioni che, per lavoro, si è stati educati a mettere a tacere, a sopire sotto strati di impassibilità, sono invece quelle che Edvard scrive alla moglie. Pagine vere. In cui c’è l’uomo davanti al diplomatico. L’uomo che si racconta intimamente all’amata perduta. Le pagine che descrivono il solo lavoro sono come scritte da un’altra anima che, qui, invece, si lascia perdere per ritrovarsi davvero. C’è complicità e intimità: c’è l’anticipare, l’indovinare quella che sarebbe stata la risposta di lei, persino i suoi rimproveri. C’è un sotterraneo tentativo di ricostruzione, quasi un latente desiderio di riprendere “la vita vissuta nella direzione del viaggio”. La difficoltà del continuare la vita, quando nell’umidore dei ricordi resta solo tutto il meglio di chi ci ha lasciati. L’amore nella sua forma più pura e meno concreta. Scevro di quei difetti, di quelle manie che, ogni tanto, lasciavano disperare e alzare i toni… è difficile far andar via i ricordi perfetti… Edvard scrive ad Anna, come se, ogni sera, potesse tornare a casa e mettersi lì, accucciato accanto a lei (e non lo facevano nemmeno prima, poiché spesso fisicamente distanti) e trovar pace nei loro colloqui di pace. Lui che, per tutta la vita, costruisce “ponti”, punti di contatto tra sponde avverse. Anche lui, nello scrivere, cerca di costruirsi un varco col cielo silente. La prosa di Tim Finch è dignitosa e mai banale: dipana lentamente e con pazienza un groviglio di sentimenti e li osserva con minuzia, li spiega e se li spiega. Ci dona un racconto saggio e coscienzioso dell’essere uomini.