È l’una di notte a Phoenix, nel quartier generale dove John McCain, candidato repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti d’America, ha appena preso atto di aver perso la corsa alla Casa Bianca a favore di Barack Obama. Seduto al bancone del bar del Biltmore Hotel, con davanti a sé quattro bicchieri pieni di diverse marche di whiskey, il Grand’uomo, brillante affarista e fervente sostenitore della causa repubblicana, non riesce a rassegnarsi alla disfatta. Mentre è intento a scarabocchiare appunti su una pila di tovagliolini, un uomo scivola sullo sgabello vicino al suo e fa cenno al barista di dare un bicchiere di whiskey anche a lui. Lo butta giù in un solo sorso e ne chiede un altro, mentre attacca a parlare con il Grand’uomo. Dice di essere uno storico e uno scrittore, al momento sta lavorando a una breve storia del ventunesimo secolo, ma questa sera non è in servizio, è lì solo per “testimoniare”. Lui e il Grand’uomo scambiano un paio di battute, poi lo storico se ne va, non prima di aver lasciato il suo numero di telefono su un tovagliolino, per restare in contatto. Il Grand’uomo ordina un paio di uova alla coque con bastoncini di pane tostato e si fa dare qualche altro tovagliolo, su cui continua a lavorare al suo piano. Non ha intenzione di rimanere con le mani in mano mentre il Paese va a rotoli e tutto quello in cui lui ha sempre creduto è a rischio di sparire. Viene il momento in cui si deve essere pronti ad agire, in cui non è più possibile contare sul fatto che qualcun altro si metta a risolvere il problema. “Questo è il tipo di storia che racconti ai figli, quella della notte in cui ti sei svegliato e hai capito che le cose non erano come sembravano, e tu hai reagito”…

Con questo Il complotto, A.M Homes torna al romanzo a distanza di dieci anni dal precedente Che Dio ci perdoni. Il titolo, e anche la scena iniziale del romanzo, lascerebbero pensare a una thriller story piena di intrighi e colpi di scena, ma il lettore che nutrisse questo tipo di attese verrebbe ben presto deluso. Il piano ordito dal Grand’uomo, un fervente repubblicano di cui per tutto il libro non conosceremo mai il vero nome, è in effetti solo un pretesto che serve alla Homes per tratteggiare uno di quei corrosivi ritratti di famiglie americane disfunzionali che l’hanno resa famosa. In questo caso, la catastrofe politica fa da sfondo e da contraltare allo sgretolarsi della vita privata. Nello stesso momento in cui è costretto a vedere il primo afroamericano alla Casa Bianca, il Grand’uomo assiste impotente allo sfaldarsi dei suoi affetti: la moglie alcolizzata va in clinica per cercare di disintossicarsi mentre la figlia viene messa al corrente di un segreto che la riguarda e attraversa una vera e propria crisi di identità. E in tutto questo, il Grand’uomo non trova di meglio che ritrovarsi con il suo gruppo ristretto di amici, rigorosamente bianchi, ricchi sfondati e ultraconservatori, per progettare velleitari piani di riscossa nazionale in grado di raddrizzare le sorti della nazione. In effetti, c’è uno strano contrasto tra la dimensione pubblica dei personaggi della Homes, tutti uomini di successo pieni di sé, tesi a proiettare all’esterno un’immagine fatta di trionfi e grandi risultati, e una dimensione privata nella quale, una volta depositata la corazza, debolezze e fragilità vengono a galla in modo impietoso. E soprattutto emerge la totale incapacità di accettare il fatto che a volte la vita possa andare in modi diversi rispetto alle nostre volontà e che, quando questo accade, la solidità del mondo materiale non sia sufficiente per mettere a posto le cose. Tra le tante righe di dialogo con cui la Homes ha intrecciato in modo magistrale la trama di questo romanzo ce ne sono due in particolare che potremmo scegliere, se volessimo sintetizzare il senso del libro. La prima è una battuta che il Grand’uomo rivolge al suo amico Tony: “Mia moglie è un’alcolizzata, la mia bambina scappa nel bosco, il popolo ha scelto un presidente africano, ma sembra che per te sia normale amministrazione.” La seconda è una frase che Meghan, la figlia del Grand’uomo, dice al padre quando questi cerca di giustificarsi per il fatto di averle sempre tenuta nascosta l’identità della sua madre biologica: “Non è una faccenda che puoi risolvere con i soldi. Perché è così che fai, tu: compri delle cose, paghi qualcuno perché aggiusti le cose”. L’incapacità di accettare la realtà e la presunzione quasi infantile che i soldi possano comprare tutto: due frasi che racchiudono a loro modo un’intera visione del mondo, una visione di cui la Homes è una critica particolarmente acuta e severa.