1984, Roma. “Crescere nella bambagia non va bene”, per Laura e suo fratello Giovanni. È così che la famiglia Buffoni finisce per trasferirsi da Roma Nord al Laurentino 38. Quartiere popolare di Roma Sud, nato negli anni Settanta per essere “una città per la gente, microcosmo funzionale e autosufficiente”. Nella realtà un “ghetto, campo di concentramento per derelitti”. La casa dei Buffoni affaccia sugli ultimi tre ponti (“ernove erdieci e llundici”), i più criminali. Motorini buttati giù dai ponti, negozi dati alle fiamme, ogni tanto un morto ammazzato. Laura ha sei anni, va bene a scuola (“non si vive nella bambagia e si deve brillare”), anche se suo fratello Giovanni è sempre il più bravo, il più amato – si racconta che avesse proposto alla mamma di buttare la sorellina appena nata nella spazzatura. I genitori di Laura sono professori, la domenica a casa Buffoni si ascolta Schubert e si legge l’enciclopedia zoologica. Il fuori però, incombe e fa paura, non bisogna mai abbassare la guardia. Laura cerca di nascondersi, biondina com’è, troppo bassa per la sua età. Vuole passare inosservata, ma al contempo vuole essere vista, essere come i pontaroli che tanto la affascinano. Laura ci prova, mastica Big Babol a bocca aperta ma non sbaglia mai un congiuntivo. Da Buffoni a Buffona il passo è breve. Laura è smascherata... 1993. Laura ha da poco compiuto quindici anni. È ancora piccola e bionda, indossa una felpa sformata dei Doors e la kefiah, ora frequenta il liceo all’EUR. Mancano un paio di giorni a Pasqua quando viene accerchiata dal branco...

Serena Dandini, nel candidare Un giorno ti dirò tutto al Premio Strega 2024, ha scelto di soffermarsi sulla capacità dell’autrice di utilizzare “forme diverse di scrittura e di cambiare repentinamente tonalità”. È innegabile che questa abilità esista e pare, anzi, di potervi riconoscere la cifra più caratteristica della prosa di Laura Buffoni, professionista del mondo della cinematografia, già autrice di saggi e pubblicazioni sul cinema. Leggendo questo suo romanzo d’esordio si sorride, certamente e, alla riga appena successiva, può succedere che la battuta (a volte volutamente ‘carica’) scoperchi d’improvviso il grottesco, una nota d’amarezza. E allora può capitare – e accade spesso – che ci si commuova. L’idea di partenza, ha raccontato l’autrice, era quella di scrivere un “saggio sul fallimento”. Iniziato nel marzo 2020, in pieno lockdown, arricchitosi in breve di ricordi personali fino a diventare un ibrido, un po’ memoir, un po’ saggio, un po’ romanzo. La ‘confessione’ parte dall’esperienza al Laurentino 38, da un evento traumatico di cui l’autrice è stata vittima e che – lo si comprende ben presto – è solo una delle tante sfaccettature del senso di inadeguatezza con cui Laura, ormai adulta, a suo modo realizzata, ancora si trova a fare i conti. Un sentimento di disfatta: lo stesso provato quando, in quel del Laurentino, proprio non le riusciva di mimetizzarsi fra i “pontaroli”, di celare il privilegio, la diversità. Laura decide di affrontarla, questa disfatta, attraverso la scrittura. “Io cercavo amore, lo volevo disperatamente”, si svela, mentre ripercorre e decostruisce con ironia e delicatezza infanzia, adolescenza ed età adulta e tutto trova posto in un racconto non lineare, che va a toccare il dolore, i piccoli e grandi traumi, i pensieri disfunzionali, l’autosabotaggio, l’amore, l’amicizia, l’esperienza della maternità. La Buffoni avanza per brevi capitoli e delinea una vera e propria fenomenologia dei (suoi) fallimenti, del riuscire a cavarsela nonostante tutto, sotto la lente del nostro peggior giudice, noi stessi. Per Laura è il Giudice Buffone che, apocalittico, le ricorda: “Vorrai essere amata, e non ci riuscirai [...] Sarai sempre una fallita”. Scorrevole, intimo, acuto, Un giorno ti dirò tutto mette in scena un sentire più comune di quanto piaccia ammettere. Siamo un impasto imperfetto, bellissimo, di traumi e piccoli momenti di felicità. Annaspiamo, fuori posto, fuori tempo. Cerchiamo amore, successo, spesso falliamo. Siamo falliti, o forse solo fallibili? E non è questo, in fin dei conti, vivere?