Eccolo, Jack Robbins, in attesa del momento giusto per entrare in scena. A soli ventotto anni è già un veterano del palcoscenico e indossa “come una seconda pelle quell’abito bianco e nero che dappertutto era l’abbigliamento fuori moda degli showmen, dei truffatori, degli impostori”. Liscia i capelli all’indietro e sistema il papillon, controlla la cerniera dei pantaloni, si schiarisce la voce. Ogni tanto gli capita di sentire il panico, “un vuoto improvviso allo stomaco”, e questo è uno di quei momenti, poco prima di trasformarsi. E d’altronde, chi è davvero Jack Robbins? Nessuno, proprio nessuno. E “nessuno deve vedere tutto ciò, nessuno deve sapere” quello che prova. In questi momenti gli servirebbe proprio “un brutale spintone alla schiena” e solo una persona ne sarebbe in grado, sua madre. Già, sua madre. Anche lei una volta aveva calcato le scene, proprio come il suo “ragazzo d’oro” Jack. Dov’è, ora, sua madre? Probabilmente con Carter, il secondo marito, un proprietario di garage. Jack deve solo respirare, respirare e spingersi da solo... Seconda stagione di spettacolo a Brighton. Un classico varietà, con acrobati, giocolieri, musica, ventriloqui. Tutto tenuto insieme da Jack, “il migliore dei padroni di casa”, divertente e scanzonato con le sue canzoncine e il suo allegro tip-tap. Ed era stato lui a portare Ronnie ed Evie sul palco. Il loro numero aveva scalato il cartellone e la gente accorreva per vedere i portenti del mago e della sua assistente, il “Grande Pablo” e l’affascinante Eve, la coppia (fuori e dentro il palco) che aveva conquistato Brighton, assicurandosi future scritture e forse una vera e propria carriera. Fin quando tutto era andato in pezzi, in quell’agosto del ‘59...

Sullo sfondo di una Brighton degli anni Cinquanta, “città della luce” vacanziera e scintillante, desolante e plumbea nei giorni di tempesta, in una fatidica estate del 1959 si incrociano le vite di tre personaggi. Quella del talentuoso illusionista Ronnie Deane; di Evie White, sua assistente; di Jack Robbins, presentatore di varietà e “volpe di palcoscenico”. Un “trio sbilenco” che lo zampino di una fortuna imperscrutabile e ambigua lega, sul palcoscenico ma soprattutto al di fuori di esso. Graham Swift ci fa sbirciare nelle origini della passione di Ronnie, il “Grande Pablo”, per la magia – incontro che probabilmente, senza la tragedia della Guerra, non sarebbe potuto avvenire: ecco uno dei volti ambivalenti della sorte –, nella natura della sua intesa con Evie, nell’amicizia stretta con Jack, “vecchio cantastorie ballerino” e sciupafemmine dalla battuta sempre pronta. Nei risvolti di un sodalizio da palcoscenico che porterà ad un’ultima, drammatica, spettacolare illusione. E grande illusionista è Swift, che in sole centosessanta pagine riesce letteralmente ad ammaliare il lettore. Lo fa con una storia tutto sommato semplice, senza trucchi, senza inganni. Lo fa raccontando la vita, l’illusione più grande e affascinante di tutte. Un fugace, memorabile numero da palcoscenico di cui si è protagonisti e allo stesso tempo ignari spettatori, un frullare di piume e lustrini, una recita in cui l’identità può mutare continuamente (“Recitare?” dirà Jack, “Lo facciamo tutti, non è forse vero? Lo facciamo tutti, di continuo”), in cui verità e menzogna si confondono e l’amore e i sentimenti paiono, anch’essi, portentosi e inafferrabili misteri. Fin quando la magia si spezza e il sipario viene calato per l’ultima volta. Intuiamo sin dall’inizio quel che accadrà tra Ronnie, Evie e Jack, eppure questo non incrina minimamente la delicata magia di una scrittura che accompagna gentilmente il lettore, che alterna leggerezza e profondità denudando i personaggi, scrutandone pensieri e ricordi, a volte dicendo solo “eccoci qua” (Here we are è anche il titolo originale del libro) e lasciando che piccoli gesti parlino da sé. Che il numero si compia di fronte ai nostri occhi e che la sensazione di aver assistito ad una indefinita, impalpabile illusione continui ad aleggiare sino all’ultima pagina.