In un buco nella terra vive uno hobbit. Non è un buco sudicio e umido, né uno spoglio e arido: è un buco-hobbit, comodo, con una porta rotonda dipinta di verde e un pomello d’ottone lucido al centro. Dietro la porta si apre un tunnel confortevole, rivestito di legno, con pavimenti a piastrelle coperti di tappeti e numerosi attaccapanni, poiché il proprietario ama ricevere visite. Il tunnel si addentra nel fianco della Collina, e su di esso si affacciano molte stanze: camere da letto, bagni, cantine, dispense, guardaroba, cucine e sale da pranzo, tutte sullo stesso piano. Le stanze migliori, sul lato sinistro entrando, hanno finestre rotonde che guardano il giardino e i campi degradanti verso il fiume. Lo hobbit padrone di casa si chiama Bilbo Baggins. La famiglia Baggins vive da tempi immemorabili nei pressi della Collina ed è considerata molto rispettabile, ricca e priva di ogni tendenza all’avventura o all’imprevedibile. Ma chi sono gli hobbit? Creature piccole, alte circa la metà degli uomini, senza barba, con piedi dalla pianta coriacea coperta di pelo castano e mai calzati, dita lunghe e abili, facce gioviali e risate profonde, inclini a mangiare due pasti al giorno quando possono. La madre di Bilbo era Belladonna Tuc, una delle tre figlie del Vecchio Tuc, capo degli hobbit residenti al di là dell’Acqua. Si dice che un antenato dei Tuc abbia sposato una fata, e che per questo i Tuc, pur più ricchi dei Baggins, sono meno rispettabili, troppo inclini a partire in cerca di avventure. Belladonna, dopo aver sposato Bungo Baggins, si trasferì nel più lussuoso buco da hobbit della zona, dove entrambi vissero fino alla fine dei loro giorni. Il figlio Bilbo, pur somigliando nell’aspetto e nei modi al padre, ha forse ereditato dai Tuc qualcosa di strano nella natura, in attesa di manifestarsi. L'occasione di mostrare le sue inclinazioni arriva quando Bilbo, ormai cinquantenne e stabilmente sistemato nel buco paterno, se ne sta un mattino sulla soglia dopo colazione, fumando una lunga pipa di legno. In quel momento arriva Gandalf, un vecchio mago di grande fama che da tempo non si reca sotto la Collina, dai tempi della morte del Vecchio Tuc. Bilbo, ignaro di chi abbia davanti, vede solo un vecchio con un bastone, un alto cappello blu a punta, un mantello grigio, una sciarpa argentea e una lunga barba bianca. Lo hobbit quindi lo saluta con un semplice "Buongiorno!", ma Gandalf, guardandolo da sotto le folte sopracciglia, gli chiede cosa intenda esattamente con quell’augurio, elencando diverse possibili interpretazioni. Bilbo risponde di intenderle tutte insieme e lo invita a fermarsi per una fumata e un po’ di tabacco, dicendo che non c’è fretta. Si siede quindi accanto alla porta e produce un anello di fumo perfetto, che vola sopra la Collina. Gandalf apprezza il gesto, ma dichiara di non avere tempo per anelli di fumo quel mattino: sta cercando qualcuno con cui condividere un’avventura che sta organizzando, e trovarlo si sta rivelando molto difficile. Quindi Gandalf propone a Bilbo di partire per questa grandissima e memorabile avventura: recuperare un immenso tesoro custodito nelle profondità della Montagna Solitaria e sorvegliato dal tremendo drago Smaug. Assieme all’hobbit ci saranno il principe dei nani Thorin Scudodiquercia e dodici suoi parenti. Bilbo prova a resistere all’invito, ma qualcosa dentro di lui lo spinge a partecipare all’impresa…

Pubblicato il 21 settembre 1937, Lo Hobbit è il libro che inaugura l’immensa saga della Terra di Mezzo e un testo fondativo del fantasy moderno. Le avventure di Bilbo Baggins, hobbit sedentario trascinato dal mago Gandalf e da una compagnia di tredici nani in una spedizione per riconquistare il tesoro custodito dal drago Smaug sotto la Montagna Solitaria, è costellata di canzoni, indovinelli - un format che Tolkien non abbandonerà mai più e che nella trilogia de Il Signore degli Anelli raggiunge picchi artistici insuperati e insuperabili - e richiama l’origine orale del testo, nato come racconto per i figli dell’autore e solo in seguito trasformato in narrazione compiuta. In una lettera del 1955 a W.H. Auden, Tolkien ricordò di aver iniziato a scrivere il romanzo mentre correggeva compiti d’esame, trovando una pagina bianca su cui annotò d’impulso la celebre frase d’apertura sull’hobbit che viveva in una tana nel terreno. Il manoscritto circolò per anni tra amici, tra cui C.S. Lewis, e tra alcuni allievi di Tolkien a Oxford; il testo giunse infine a una casa editrice perché fu prestato alla madre superiora del collegio di Cherwell Edge durante una convalescenza, e da lì passò nelle mani di Susan Dagnall, redattrice della Allen & Unwin, che lo sottopose all’editore Stanley Unwin. Fu il figlio decenne di quest’ultimo, Rayner Unwin, pagato uno scellino per ogni scheda di lettura, a scrivere un giudizio favorevole che risultò decisivo per la pubblicazione: nella sua breve recensione infantile, conservata negli archivi della casa editrice, il ragazzo sintetizzava la trama e ne raccomandava la pubblicazione per bambini dai cinque ai nove anni. La prima tiratura, di sole 1.500 copie, si esaurì entro dicembre dello stesso anno. Rayner Unwin ricorderà in seguito, nelle sue memorie editoriali, come nel solo 1937 Tolkien gli avesse scritto ventisei lettere, testimonianza della sua cura quasi maniacale per ogni dettaglio del libro, comprese le mappe di Thror e delle Terre Selvagge, che l’autore avrebbe voluto rilegate come inserti staccabili, con le rune lunari leggibili in controluce: una soluzione poi accantonata per ragioni di costi. Nelle edizioni successive al 1951, Tolkien riscrisse il capitolo dell’incontro con Gollum, rendendo la creatura più aggressiva e la scommessa tra loro meno amichevole, per adeguare la prima opera alla nuova concezione dell’Unico Anello elaborata nel frattempo per il sequel. Il romanzo fu accolto con recensioni pressoché unanimemente favorevoli, tra cui quella, anonima all’epoca, firmata da C.S. Lewis per il “Times Literary Supplement” del 2 ottobre 1937, in cui Lo Hobbit veniva (molto generosamente) paragonato ad Alice nel Paese delle Meraviglie e gli veniva profetizzato un futuro da classico. In un’intervista concessa al “Daily Telegraph” nel 1966 e pubblicata nel 1968, Tolkien dichiarò di non aver mai considerato, al momento della scrittura, l’ipotesi di un successo commerciale. Lo Hobbit annotato da Douglas A. Anderson è stato pubblicato per la prima volta dalla Houghton Mifflin nel settembre 1988 per ricordare il cinquantesimo anniversario della prima pubblicazione americana. Ogni pagina del libro - corredato da una lunghissima e documentatissima introduzione ricca di foto e disegni - è divisa in due colonne. Quella sinistra riproduce il testo di Tolkien, quella di destra propone note, riflessioni, retroscena, approfondimenti, materiale documentale di varia natura e oggetto. Spiega lo stesso Anderson: “Di solito si pensa che lo scopo di annotare un testo sia quello di renderlo più chiaro; ma io ho anche cercato di fornire informazioni più approfondite sulla vita di Tolkien, sui suoi amici e colleghi, sui suoi interessi letterari e sulle altre sue opere, in modo da ottenere un ritratto complessivo più efficace. Il risultato è che alcune note sembrano non avere un’attinenza immediata con il testo, ma a me sembra che queste piccole deviazioni siano giustificabili e valide”. Capitolo a parte per le trasposizioni cinematografiche del libro: la prima è stata il mediometraggio d’animazione The Hobbit (1977), prodotto da Rankin/Bass un anno prima del ben più conosciuto The Lord of the Rings di Ralph Bakshi e trasmesso dalla rete NBC il 27 novembre di quell’anno, con animazione realizzata dallo studio giapponese Topcraft, i cui artisti sarebbero in seguito confluiti nello Studio Ghibli. Ben più celebre la trilogia live-action diretta da Peter Jackson (Un viaggio inaspettato, 2012; La desolazione di Smaug, 2013; La battaglia delle cinque armate, 2014), che dilata circa trecento pagine in oltre otto ore di proiezione nella versione cinematografica e in circa nove nelle edizioni estese, scelta produttiva controversa ma commercialmente fortunata, capace di collegare l’opera all’universo narrativo delle opere successive attraverso l’aggiunta di materiali tratti dalle appendici tolkieniane e da personaggi secondari sviluppati ex novo per lo schermo.