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L’ultima colonia

L’ultima colonia
John Perry è un giovanissimo novantenne terrestre, trapiantato tre volte in corpi nuovi, che ha lasciato il suo pianeta natale da tempo remoto, continuando comunque a mantenerne ricordi e riferimenti. Ex militare per l’Unione Coloniale, conduce una vita tranquilla e ricopre un ruolo di prestigio - dati gli anni di servizio e le tante missioni impeccabili - nella colonia per la quale svolge ora mansioni burocratiche. Un giudice di pace in un contesto rurale. Beghe tra fratelli contadini che si presentano al suo cospetto con annesse capre gravide di contesa, un’assistente dalla dialettica pungente ma amichevole, una bella moglie di polso, Jane, commissario per la federazione, una figlia adottiva, una casa tra una strana varietà di grano sotto le stelle, anche se non l’Orsa maggiore e Orione ma il Loto e la Perla. Il giorno che arriva il bel ragazzo con la pelle verde - avvisaglia di servizio nelle forze speciali della FDC (Forza di Difesa Coloniale) - John e Jane capiscono che qualcosa li richiama all’azione. Ma quello che succederà loro non è esattamente quello che era stato pattuito...
Romanzo di fantascienza con i piedi saldamente piantati per terra, L’ultima colonia ci dice qualcosa sull’ultimissima generazione della Sci-Fi, ed è qualcosa che forse farà tirare un sospiro nostalgico agli affezionati della prima maniera, quando i nuovi mondi erano altro da noi, le scenografie disegnate esplosioni di colori ignoti, i visi collage di visto e sognato. Poi fu l’interiorizzazione: i tramonti di altri soli e i moti delle lune molteplici incominciarono a profumare della stessa nostalgia di quelli goduti dietro i monti e sulle rive dei mari terresti. E parallelamente la scrittura mutava forma, la seconda maniera della puntualizzazione psicologica dei personaggi si sostituiva alla prima in cui la parola era il miracolo, l’unico mezzo attraverso cui l’assurdo poteva diventare non solo possibile, ma visibile in ogni rocambolesco dettaglio, a metri e metri d’altezza anche su un immaginario cinematografico fatto ancora di mascheroni e sfondi di una oniricità commoventemente fissa. E ora? Ecco che tutto diventa normalità, cos’è un altro universo se non un altro modo per dire semplicemente: fuori dai confini dei proprio ricordi abituali? Non c’è stupore o brama di descrizione di dettagli, tutto è diversamente quotidiano. Quello che interessa è l’azione in sé, che si svolga su un altro pianeta o su altri mille, la fantascienza è l’espediente per avere dinamiche fresche e panorami inesplorati sui quali far accadere vicende che devono essere valutate avvincenti o meno per il plot universale dell’azione. Azione, di questo si tratta: un romanzo d’azione, il pilota di una puntata da serial televisivo (di quelli che adesso stanno soppiantando i film, anche in qualità), di un poliziesco da periferia americana che sostituisce – con consapevolezza, mestiere e le citazioni “giuste”, sia chiaro -  i deserti al lato delle highways infinite con le lande di colonie extraterrestri altrettanto riarse.