A Catania, nel quartiere San Cristoforo, il quindicenne Orfeo Bonsangue giace con la testa fracassata sui gradini di pietra lavica accanto ad una pianta di fico, il sangue che gli cola sul viso mentre la mavàra muta Amarilli Alaimo gli stringe il cranio tra le mani e comincia inspiegabilmente a parlare. Da quello schianto tellurico il tempo arretra d’un colpo alla Siracusa degli anni Venti e Trenta, alle radici di una dinastia nata dalla zolfara di Musalà. È lì che il capostipite Prospero Bonsangue scampa alla Grande Guerra e all’Africa per approdare alla Giudecca con una casa comprata da un marrano in fuga e un impiego da portiere in municipio. Nel cortile di vicolo dell’Arco cresce Fortunato, un caruso che pur di non partire per il fronte nel 1943 si mozza prima l’indice destro e poi si fa sgranare a pugni l’orbita dal padre, guadagnandosi la riforma e il marchio di “ô Raddiatu” per l’iride incattivita da una macchia color caffè. Divenuto pescatore a bordo della “Cialoma”, Fortunato riempie casa di cinque figli maschi insieme a Caterina Reale. Ma l’illusione di aver piegato il destino dura poco: il primogenito Luciano, bellissimo come un bambin Gesù dipinto, scivola sullo scoglio dei Du’ frati tentando un tuffo acrobatico e si spezza il collo, condannando la famiglia a una lenta agonia domestica. Poco distante, al mercato di Ortigia, tra squame e vasetti di sugo nero di seppia, la quattordicenne Brigida Bottaro combatte contro un corpo che tarda a farsi donna; portata di nascosto nella notte dell’Immacolata da una fattucchiera col velo per curare “lo scanto” sul ventre con unguenti metallici, scopre all’alba il sangue sulle lenzuola e si prepara a incrociare il cammino di Carmelo Bonsangue…

C’è un odore denso di salsedine, inchiostro di seppia e zolfo che si incolla addosso fin dalle prime pagine di Mavaría, esordio narrativo pubblicato da Einaudi con cui Antonio Popolo Rubbio fa il suo ingresso nel panorama editoriale contemporaneo. Lontano dalle cartoline patinate della Sicilia turistica, l’opera si muove sul crinale affascinante della saga familiare venata di realismo magico, dove la cronaca domestica si intreccia con il mito arcaico, le maledizioni di sangue e le ombre della superstizione popolare. La prosa è carnale, ritmata e ricchissima di dettagli sensoriali: l’autore maneggia una lingua ibrida e terragna che ricorda da vicino gli affreschi corali di Stefania Auci ne I leoni di Sicilia o le suggestioni grottesche e ancestrali di Nadia Terranova e Gesualdo Bufalino. Il fatalismo non è mai una posa di maniera, ma una forza sotterranea che governa nascite, mutilazioni e lutti improvvisi tra i vicoli di Ortigia e le arterie caotiche di Catania. La vera forza del testo risiede nella capacità di scavare nelle paure ereditate, trasformando il malocchio in una dolorosa metafora psicologica e generazionale. Una lettura magnetica, consigliata a chi ama le storie di famiglie imperfette e destini ineluttabili.