Los Angeles, 31 dicembre 1941, ore 21.30. Sotto la pioggia e al buio per le norme di oscuramento, il sergente Elmer Jackson della Buoncostume è di turno in appostamento in auto tra la Ventiquattresima e Normandie, in compagnia di una bottiglia di Old Crow per festeggiare il Capodanno. Aspetta Tommy Glennon, scassinatore e violentatore uscito da San Quentin, che dopo Pearl Harbor ha svaligiato cinque case. Quattro vittime lo hanno riconosciuto dalle foto segnaletiche, e il capo della polizia Jack Horrall ha deciso di tendergli quella trappola insieme a Dudley Smith, assente perché tre giorni prima è stato accoltellato. Intanto Mike Breuning e Dick Carlisle sorvegliano il vicolo. In quella casa Elmer ha piazzato come esca Ellen Drew, attricetta della Paramount che lavora anche per il suo giro di ragazze squillo, gestito con Brenda Allen, amante di Horrall. Mentre aspetta, Elmer cambia stazione alla radio e ripercorre la propria storia. Nato a Wisharts, North Carolina, in pieno territorio del Ku Klux Klan, ha visto il padre e il fratello Wayne Frank rovinati da quella cazzo di vita di provincia. A diciott’anni si è arruolato nei marine e in Nicaragua ha gestito il bordello preferito di Somoza, da cui ha avuto l’idea del servizio a domicilio. È diventato poi il cane da guardia del capo della polizia James Davis, detto «Due Pistole», a cui ha salvato la vita uccidendo un aggressore armato di machete, e così è entrato nella polizia. Ora Horrall prende il sette per cento del giro. La squadra Stranieri lo tiene occupato con i giapponesi, e le intercettazioni dei federali nel municipio lo preoccupano. Alle 22.18 Mike avvisa via radio che Tommy arriva da sud. Elmer, Mike e Dick entrano in casa e vedono le sue impronte fangose, finché Ellen grida. Tommy fugge da una finestra e Elmer lo insegue sotto la pioggia sparando, finché dal fuggitivo cade dalla tasca qualcosa. Elmer ha il bersaglio nel mirino, ma qualcosa gli dice di no e spara mancandolo di proposito. Sul marciapiede raccoglie una rubrica indirizzi rilegata in pelle rossa. In auto con Ellen, che incassa cinquanta dollari e dichiara di non voler più fare da esca, Elmer decide di perquisire la stanza 216 del Gordon Hotel, dove abita Tommy. Vi trova un manuale di spagnolo, un album di foto pornografiche, fasce naziste, bandiere giapponesi e stampini per tatuaggi con svastiche e le lettere SQ. La rubrica contiene solo numeri e sigle: «J. S.», «St Vib’s», un numero di telefoni pubblici e quello del Kowloon, locale di Eddie Leng, legato al tong delle Quattro Famiglie. Elmer telefona alla Buoncostume e un impiegato ubriaco gli dice che la cabina è sorvegliata dai federali e frequentata dal giornalista Sid Hudgens. Elmer si chiede che cosa significhi tutto questo…

Ci sono scrittori che raccontano il crimine e scrittori che, attraverso il racconto dei crimini, tentano di decifrare la struttura segreta di una nazione. James Ellroy è maestro e campione della seconda categoria. Nei suoi romanzi l’omicidio non è mai soltanto un delitto, la corruzione non si esaurisce nell’abuso di potere e la violenza non costituisce una semplice deviazione dall’ordine sociale: sono, piuttosto, gli strumenti attraverso i quali l’ordine stesso si rivela nella sua natura più inquietante. Con Questa tempesta Ellroy torna nella Los Angeles della Seconda guerra mondiale e prosegue il monumentale progetto narrativo inaugurato con Perfidia. Il romanzo appartiene al secondo Los Angeles Quartet, con cui l’autore torna indietro nel tempo rispetto alla prima, celeberrima quadrilogia composta da Dalia nera, Il grande nulla, L.A. Confidential e White Jazz. La sua ambizione non consiste semplicemente nel ricostruire un’epoca - magari con un po’ di nostalgia, ma nel mostrarne le fondamenta morali mentre ancora tremano sotto il peso degli eventi. L’America che Ellroy mette in scena è quella appena precipitata nella guerra, quando l’attacco giapponese a Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, trasforma la paura in un metodo di governo e il patriottismo in una giustificazione per ogni scelta politica, anche la più estrema - come la persecuzione dei cittadini nippo-americani. Los Angeles diventa il laboratorio di una modernità oscura, in cui le logiche militari convivono con gli interessi criminali: non è la Storia osservata dalla distanza rassicurante dei manuali. È la Storia fotografata nel momento in cui gli uomini ne approfittano, la manipolano, la subiscono o pretendono di dominarla. E proprio in questo risiede la forza peculiare di Questa tempesta: Ellroy non cerca di rendere innocente il passato, né di offrire al lettore una ricostruzione consolatoria dell’America in guerra. La sua è un’operazione letteraria più aspra: mostrare come, dietro la retorica della mobilitazione nazionale, possano prosperare il razzismo, l’opportunismo, la speculazione e l’abiezione individuale. Operazione letteraria in cui, ovviamente, il linguaggio ricopre un ruolo fondamentale. Leggere Ellroy significa accettare che la lingua non svolga una funzione puramente descrittiva. La sua prosa non si limita a raccontare la violenza: ne riproduce il ritmo, le accelerazioni, gli arresti improvvisi, la brutalità dei rapporti umani. Il Capodanno 1941 è il punto d’ingresso in un universo narrativo che non conosce gerarchie stabili. Ogni indizio apre una nuova pista, ogni pista conduce a un interesse nascosto, ogni interesse sembra collegato a un altro, più vasto e meno confessabile. A dominare la scena è il sergente Elmer Jackson, investigatore del Los Angeles Police Department, affiancato da una costellazione di personaggi che il lettore di Ellroy ha già incontrato o imparerà a riconoscere. C’è Dudley Smith, ufficialmente passato all’esercito americano ma sempre più coinvolto in interessi criminali; c’è Hideo Ashida, brillante chimico forense nippo-americano, costretto a muoversi in un ambiente che considera la sua origine etnica un potenziale capo d’accusa; c’è Joan Conville, figura femminile di notevole autonomia, legata al mondo militare e alle indagini; e ritorna Kay Lake, presenza essenziale nell’architettura della seconda tetralogia. Non si tratta, tuttavia, di un romanzo corale nel quale la molteplicità dei personaggi serva semplicemente ad ampliare il quadro. In Ellroy, la molteplicità è una forma di conoscenza: la verità non appartiene mai interamente a un singolo individuo, ma emerge, parzialmente, dall’intersezione di testimonianze, interessi, omissioni e menzogne. Il lettore occasionale può avvertire un senso di disorientamento. I personaggi sono numerosi, i loro interessi cambiano, le relazioni si modificano e le informazioni non vengono sempre offerte nell’ordine più comodo. Il testo non sembra interessato a prendere per mano chi legge: gli chiede, piuttosto, di imparare a riconoscere una rete. Il titolo Questa tempesta suggerisce una condizione presente, concreta, immanente, nella quale i personaggi sono già immersi e dalla quale non possono prendere le distanze. Nel romanzo la pioggia e il maltempo appartengono all’atmosfera narrativa, ma la tempesta deve naturalmente essere letta anche come una metafora della convergenza di forze che investono Los Angeles: guerra, razzismo, interessi economici, corruzione istituzionale, desiderio e paura. La tempesta, inoltre, non sembra promettere una purificazione. Nella tradizione narrativa, il temporale può annunciare una catarsi, lavare il paesaggio e preparare una nuova quiete. Nel mondo di James Ellroy, invece, la violenza non viene necessariamente dissolta dagli eventi che la portano alla luce. Semplicemente cambia forma, passa da un ambiente all’altro, trova nuove giustificazioni. E non manca una curiosità al riguardo: nel romanzo un personaggio ricorda un poema che W.H. Auden avrebbe scritto per uno dei suoi amanti, con dentro le parole «this storm». Chris Power ha osservato però sul “New Statesman” che la poesia in questione, To a Writer on His Birthday (1935), non contiene le due parole in nessuna delle sue dodici strofe. Una annotazione a parte merita la copertina: è semplicemente una vergogna che per un romanzo così importante, bello e complesso Einaudi abbia scelto una illustrazione così brutta.