Nonostante tutti gli sforzi per renderla un posto accogliente ed abitabile, vivere nella palude vicino Palencia non è esattamente come vivere nel vecchio villaggio. È vero che si erano spostati lì, meglio erano stati costretti a spostarsi lì, per coltivarlo e renderlo migliore: ed in effetti ce l’hanno fatta. Adesso ci sono case, costruite dal nulla, e ci sono campi ben arati e coltivati. Si sono spostati lì con tutte le loro cose, con i mobili, i vestiti, i loro attrezzi e quanto serve per non ripartire dal nulla, comprese due vacche con cui dissodare e lavorare i campi. Ma, nonostante tutto, anche dopo il passaggio di quarantacinque lunghissimi anni, quel posto non ha i colori di Ferreras, il sapore dei verdi prati e degli orti ordinati lungo le sponde del fiume, dei dolci canali, del fieno, di quell’aria di famiglia del piccolo borgo, ormai spazzato via dalla cieca necessità degli uomini. Di quel villaggio oggi si vedono soltanto i tetti che spuntano fuori dall’acqua: hanno ricevuto l’ordine di andare via, perché avrebbero costruito una diga al posto del villaggio, un’enorme diga. Hanno estirpato gli alberi, hanno occupato tutto col cemento per fermare la foga dell’acqua frenata soltanto dalla nuova diga, un enorme invaso che ha cancellato strade e case. Domingo non mai più voluto riparlare di ritornare in quella città, l’ha fatto soltanto prima di morire. Virginia, la moglie, gliel’ha promesso, per questo adesso che è morto organizza il ritorno a casa, glielo deve lei, glielo devono i suoi figli, i suoi nipoti. In quel posto devono essere sparse le ceneri di Domingo. Comincia così un viaggio a ritroso verso le proprie origini, così belle eppure così tristi…

Il romanzo di Julio Llamazares, scrittore e saggista di Léon, ha il pregio dell’intonazione lirica nella quale si muovono ordinatamente e coralmente tutti i personaggi: composto come un’opera a più voci, ciascun capitolo registra la testimonianza di un membro di famiglia, il punto di vista di un membro di una comunità che si è rigenerata e che, col viaggio di ritorno a casa, recupera il senso stesso della propria esistenza. È un romanzo di rinascita e speranza, che non rinuncia però alla malinconica laudatio temporis acti, quella di un ritorno ad un’età felice, di quella felicità che comunque non può ricrearsi e, soprattutto, non può essere ricreata. È anche un romanzo sul tempo, sulle tradizioni, sulla vita semplice: la costruzione della diga e l’esodo forzato costituiscono un acceleratore negativo che stravolge la vita di tutti, ne muta i sentimenti e l’anima, lasciando intatte soltanto la tempra e la resilienza di tutti. Non si nasconde neppure una poco velata critica all’intervento dell’uomo che deturpa la natura, modificandone la morfologia ed esacerbandone tutte le sue potenzialità: l’acqua può essere fonte di vita, ma anche di fatica, di rigenerazione e di triste ricordo. Da qui il titolo, Diversi modi di guardare l’acqua (Distintas formas de mirar el agua), che getta sulle spalle degli uomini stessi la responsabilità del loro futuro: bonificare acquitrini, da una parte, oppure rimpiangere le case ed i ricordi sommersi dall’acqua di una diga artificiale, dall’altra.