Il bar è affollato, nel quartiere c’è parecchio movimento perché la comunità cinese sta festeggiando l’inizio dell’anno del maiale. A Chesca basta un drink, non è in vena di spassarsela, si aspettava di stare con Zárate e invece lui le ha dato buca. All’uscita del locale, un incontro fortuito: un bel ragazzo spagnolo le augura buon anno in cinese e comincia così un sottile gioco di seduzione, quattro chiacchiere, quattro birre, andiamo da me o da te? A casa di Julio pochi giri di parole, un brindisi veloce e i due finiscono a letto. Ma cos’è quella nausea che Chesca sente, mischiata al piacere? In breve, una stanchezza anomala si impadronisce di lei ma questo non le impedisce di avvertire altre presenze oltre a quella di Julio. L’indomani mattina, un'ambigua nuova figura si propone negli uffici della BAC, la Brigada de Análisis de Casos. O forse si impone? Perché la ragazza androgina che ha raggiunto la squadra è la nipote del capo, il cognome non mente. Difficile non pensare a una sorta di raccomandazione, visto che la BAC è un’unità d’eccellenza. Dell’accoglienza di questo nuovo ingresso dovrebbe occuparsi Chesca, nominata coordinatrice dopo l’uscita di Elena Blanco, ma ha una testimonianza super importante in tribunale quindi il ruolo della balia tocca, suo malgrado, a Orduño. Presentazioni, strette di mano, luoghi topici tipo le macchinette del caffè, insomma le classiche cose da primo giorno di lavoro. Finché Zárate arriva in ufficio, si piazza in mezzo ai colleghi e chiede notizie su Chesca. Non si è presentata in tribunale, dice, il che è assurdo, conoscendo la sua dedizione al lavoro e a quel caso in particolare…

Adrenalinico. Snervante. Disturbante. Così è il terzo capitolo della trilogia uscita dalla penna di un collettivo di tre scrittori e sceneggiatori spagnoli che per un po’ si sono celati dietro lo pseudonimo di Carmen Mola - firma anche di questo romanzo. Anche qui, come nei precedenti, si trova un filone sociale che fa da corollario all’intrigo poliziesco che giganteggia: questa volta è un tema di ambientalismo e rispetto degli animali. Sì, animali, maiali per la precisione (ancora loro), la cui vicenda si intreccia a doppio filo con quella dei protagonisti umani. Che talvolta di umano hanno poco o nulla e sono piuttosto comparabili, con rispetto parlando, agli animali in fatto di bisogni ed istintività. Si incontra poi una bella costruzione che mette in posizione simmetrica la protagonista della trilogia, Elena, e il suo braccio destro, Chesca. Mentre il dramma personale di Elena è dichiarato fin dall’inizio della storia, però, quello di Chesca si presenta sulla scena man mano, in un climax ansiogeno e a tratti struggente. Altro elemento di simmetria è la corrispondenza tra città e campagna: luogo bucolico nell’immaginario collettivo, riflette le brutture e l’abiezione della città celandole in maniera ancora più profonda. Come a dire, dal male non ci si può sottrarre, dal male non ci si salva. Ed è questa la sensazione con cui si chiude la storia, di aver letto qualcosa di potente che sposta la narrazione sempre un po’ più verso il thriller e, perché no, verso il noir, quando davvero anche la più flebile fiducia nell’umanità viene meno. Un romanzo emozionante grazie a una traduzione competente, che regala ai lettori italiani una caccia all’uomo (e alla donna) piena di pathos.