Lluís ha un senso di protezione e responsabilità verso la casa e le sue cose fin troppo sviluppato. È un riflesso, quasi un istinto. Il suono che lo strappa al sonno, nel buio, è nitido e reale. Solleva lo sguardo. Accanto a lui Victòria, ancora assonnata, chiede cosa succede. Lluís, con la mente offuscata, pensa alla forma della casa, alla sua struttura. Il giardino, il balcone, il capanno degli attrezzi, la montagna, le querce. Al tetto si può salire solo passando dalla soffitta. Tutto è nella sua testa come una mappa. Victòria si muove sotto il piumino cercando di non fare rumore. Chiede di nuovo cosa può essere. Lluís la zittisce con un gesto ma ormai non si sente più nulla. La seconda notte il rumore è più insistente. Lluís impugna una grossa torcia con la mano sinistra ed esce. Attraversa il giardino senza voltarsi. La notte è fitta, l’aria umida. Si ferma, punta la torcia verso il tetto e l’accende. Un animale lungo, con il petto bianco, si drizza sulle zampe posteriori e lo fissa. Gli occhi scintillano per un istante poi l’animale corre via lungo il tetto, all’altezza della stanza dove dormono Ada e Quim, salta su una quercia e scompare. Quando Lluís abbassa la torcia vede Victòria che osserva dalla finestra. Pensa che sia un furetto in cerca di nidi, venuto a mangiarsi i pulcini. Non è un furetto. È una faina o qualcosa di molto simile, con il collo chiaro. Lluís torna a letto con le braccia e i piedi gelati. Il giorno seguente Lluís sale sul tetto, trova un nido vuoto e lo lancia giù. Alle undici e mezza chiama il vicino che vive in una fattoria nei paraggi, fuori dal complesso residenziale. La sua è una vera casa di campagna. Vicenҫ Ballador, contadino e cacciatore, gli dà una busta di stricnina, una polvere bianca che un tempo le donne usavano per abortire. Aggiunge che, se vuole, può abbattere la bestia con il fucile. Lluís risponde che preferisce il veleno. La sera stessa prepara una pallina compatta di carne macinata. Victòria fa il bagno a Quim e Ada mentre Nàdia è a basket. Lluís mette metà della polvere bianca al centro della pallina, versa il resto della stricnina in un barattolo di vetro e lo appoggia nella dispensa. Esce in giardino e lascia la pallina sotto la quercia. Sembra una polpetta da brodo. Di notte, sdraiato al buio accanto a Victòria che dorme, Lluís immagina la faina lontanissima, sugli alberi, ben distante dai tetti rossi della zona residenziale. Poi pensa alla polpetta, sotto la quercia, e ai cani degli Hernández che vivono tre case più in là. Vede la faina morire contorcendosi, poi visualizza una comitiva di gatti selvatici che banchetta con la polpetta, tutti morti. Vede anche Quim che la trova, non la mangia ma le sue dita, sporche di carne macinata e polvere bianca, afferrano il panino della merenda. Alle due di notte Lluís si alza, esce in giardino e trova la polpetta ancora intatta sotto la quercia. La prende, la porta in casa e la getta nel water. Prima di tornare a letto si lava le mani. Annusa le dita: odorano di sapone e carne cruda…

Con L’argine, romanzo d’esordio pubblicato originariamente nel 2017 (vincitore del premio Documenta), ma disponibile solo ora in Italia, Irene Solà mette in scena una forma narrativa che contiene molte delle scelte stilistiche divenute poi centrali nella sua produzione successiva. Tuttavia queste stesse caratteristiche, alla luce di opere più mature come Io canto e la montagna balla (Premio dell’Unione Europea per la Letteratura, 2020) appaiono ambivalenti, talvolta affascinanti, talvolta irrisolte. La Solà, nata a Malla nel 1990, proviene da una formazione artistica che ha fortemente influenzato la sua scrittura: dopo gli studi in Belle Arti a Barcellona e un master in letteratura a Sussex, ha sviluppato una voce che fonde parola e immagine, oralità e memoria collettiva. Il testo è composto da una serie di racconti brevi, spesso autoconclusivi e autosufficienti, che si susseguono senza una vera gerarchia narrativa. La storia – corale e frammentata – ruota attorno alla figura di Ada, una giovane donna che, dopo tre anni trascorsi a Londra, fa ritorno nel paese natale, Sorrabonica, luogo immaginario ma profondamente radicato in una Catalogna rurale, sospesa tra reale e simbolico. Ada torna senza un lavoro e con un proposito dichiarato: scrivere. Scrivere di sé ma soprattutto scrivere degli altri. I personaggi – numerosi, solo accennati – emergono e scompaiono come figure di un sogno: la sorella Nàdia, già madre; il fratello minore Quim; la madre anziana, rimasta sola dopo l’abbandono del marito; Vicenç, amore passato e mai davvero concluso. Tutti vengono sfiorati dalla scrittura, ma raramente approfonditi fino in fondo. L’autrice si affida ad un linguaggio paratattico, essenziale, quasi telegrafico. Più che una storia da seguire, propone una forma da attraversare. Uno degli aspetti più riconoscibili del romanzo è la scelta stilistica di introdurre quasi ogni scena attraverso i pronomi dimostrativi. “Questa è Ada. Questi sono i tasti del computer di Ada che, solleciti, attendono l’urto. Queste sono le dita di Ada che scrivono”. L’effetto è quello di una continua messa a fuoco. I personaggi e gli oggetti vengono portati davanti agli occhi del lettore con una prossimità fisica, quasi tattile. Un espediente, reiterato con coerenza dall’inizio alla fine, che conferisce al testo una forte identità formale ma risulta ridondante. Infatti, dopo le prime venti pagine, il ritmo si appiattisce, il lettore avverte una certa stanchezza, come se il romanzo continuasse a girare attorno a sé stesso senza mai aprirsi davvero. Tra i meriti più evidenti del testo va comunque riconosciuta all’autrice la capacità di evocare un universo narrativo intriso di oralità e folklore. Le leggende, le storie tramandate di generazione in generazione – che, come l’autrice stessa spiega in chiusura del libro, provengono dai racconti che le faceva la madre – innervano il testo di una dimensione arcaica e domestica al tempo stesso. Non si tratta di realismo magico in senso stretto, quanto piuttosto di una scrittura che scivola nell’onirico con naturalezza, mantenendo sempre un forte legame con la materia: animali, case, corpi, oggetti. Emblematico, in questo senso, è l’incipit con la faina, che introduce fin da subito un’atmosfera animalesca, rustica, terrena. Confrontato con le opere successive, L’argine è il testo meno riuscito dell’autrice. Le storie raccontate si accumulano senza costruire una vera tensione emotiva. La sensazione è che l’esperimento narrativo resti a metà, sospeso tra delicatezza e dispersione emotiva. L’originalità formale è indubbia, soprattutto se letta come esordio, tuttavia il libro può risultare faticoso, dispersivo, talvolta persino deludente.