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Dolce Italia

Dolce Italia

Un articolato e confortevole viaggio quasi di ricerca antropologica, scoperta e divulgazione – non privo di coinvolgente calore e colore - quello che Iginio Massari e sua figlia Debora, laureata in Scienze e tecnologie alimentari, raccontano attraverso quarantasette città italiane, da Aosta a Sassari, senza tralasciare alcuna regione. Quarantasette ricette dolciarie della tradizione, le più rappresentative e talvolta “popolari” senza sostituzioni esotiche o modifiche fantasiose volte a stupire. Portate al meglio casomai e corredate ciascuna da qualche consiglio per ottimizzarne la riuscita. Torino significherà Bonèt (non zuccherate la panna d’accompagnamento!), Siena Panforte e Agrigento Cassata; se poi gli Amaretti di Asti saranno quelli croccanti, quelli di Cagliari (Amarettos de mendula) avranno da esser morbidi. A fare da piacevole accompagnamento ci pensa un’ampia narrazione ricca di cenni storici e non priva di tratti di lirismo, di ciascuna regione e città, con rimandi a tradizioni popolari, Storia dell’Arte, antiche usanze e feste popolari con citazioni di piatti locali che esulano dalla pasticceria…

Tra i pasticceri ed i cuochi mediatici, Iginio Massari (personaggio comunque discreto, composto e non onnipresente), è forse quello ad essere diventato tale più tardi di tutti. E ad aver iniziato prima e svolgendo più a lungo degli altri il lavoro concreto, quello al di fuori degli studi televisivi. Bresciano classe ’42, a sedici anni già stava in Svizzera ad apprendere l’arte pasticcera e cioccolatiera: collezionando premi già dagli anni ’60, rappresenta un’enciclopedia monumentale intorno alla quale c’è poco da eccepire. Eppure si sa, pasticceria e cucina sono Beatles e Rolling Stones, amici tra loro ma con un approccio completamente diverso, per cui le citazioni che esulano la pasticceria appaiono un po’ a tirar via e talvolta imprecise (all’abbacchio brodettato romano manca la fondamentale maggiorana; il baccalà arracanat’ del Molise “è” coperto di mollica, non è altra cosa dal “mollicato”, non si lessa e vuole almeno altri 8 ingredienti a partire dai peperoni lessati, quelli sì, in aceto; la mentuccia va nei carciofi alla romana, non in quelli a la giudìa che sono invece cimaroli fritti al naturale due volte in posizioni diverse, solo per fare pochi esempi). Come libro in tema dolciario nulla da eccepire (forse una: ma i “Savoiardi sardi” non dovrebbero chiamarsi Pistokkeddos? E siamo sicuri che ci vada la vaniglia?); la lettura è molto piacevole ma, si sa, la pasticceria è precisione: applicarne una punta in più anche al resto della gastronomia non avrebbe guastato.