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La palude dei fuochi erranti

La palude dei fuochi erranti

Lancimago, Romagna, novembre 1630. Nell’abbazia benedettina di Santa Maria il decano Girolamo Negri, impegnato nelle sue preghiere serali, è distratto dal profumo di brodo della cena. L’odore gli risveglia ricordi lontani, forse perché data l’età matura è più incline a ricordare il passato che il presente. L’abbazia sta attraversando un periodo difficile, è tornata la peste. Una simile apprensione l’aveva vissuta quando era novizio a Trento durante la “peste di san Carlo”, ai tempi del cardinale Borromeo, annunciata da una cometa color sangue. Ricorda i bubboni, i malati chiusi in casa e abbandonati dai familiari, le cure grottesche dei medici e poi il “mal mattone”, arrivato col gelo. Adesso lo attende un compito importante, si deve occupare di far scavare una fossa per accogliere i morti del contagio. Gli scavi però hanno riportato alla luce una ventina di scheletri, adulti e bambini, ammassati gli uni sugli altri, quasi cristallizzati in una macabra danza. L’abate Leone interrompe i lavori per dare degna sepoltura a questi corpi sconosciuti, ma il dubbio inizia a strisciare pian piano nell’animo dei religiosi e dei contadini della zona, si teme che il maligno si sia impossessato di quelle terre. Ma soprattutto di chi sono questi corpi? L’abate convoca da Sarsina monsignor Rodolfo Diotallevi, delegato del commissario apostolico, per creare delle barriere sanitarie. Intanto nella notte di San Martino alcune fiammelle si spandono nel cielo soprastante…

La formazione di Eraldo Baldini (è specializzato in Antropologia culturale ed Etnografica) e il legame con la cultura e le tradizioni della Romagna si riflettono nella sua narrativa, che nasce da una solida base documentata da fonti storiche sulla quale poi innesta la componente fantastica. Il suo gotico rurale parte da luoghi concreti, dalle campagne romagnole, dalla vita vera dei campi, creando un sodalizio tra vita quotidiana agreste, superstizione e riti popolari che appartengono alla storia e alla memoria collettiva. È proprio da questo intreccio che nasce l’inquietudine del romanzo: il soprannaturale non appare mai completamente estraneo alla realtà narrata, ma sembra germogliare dalla mentalità, dalle paure e dalle superstizioni di quel mondo. Anche Diotallevi nasce dall’incontro tra storia e invenzione: Baldini si ispira infatti a una figura realmente esistita, Gaspare Mattei, per poi costruire un personaggio più complesso, attraversato da fragilità e paure che ne incrinano la severa determinazione. Nel romanzo emergono suggestioni capaci di evocare un realismo che parte dalla lezione di Verga, attraversa quella di Buzzati e approda a una propria originale interpretazione, soprattutto nel modo di raccontare luoghi e personaggi. Un realismo in cui la concretezza della vita quotidiana lascia progressivamente spazio all’irruzione del mistero e del soprannaturale. I personaggi principali non sono totalmente padroni della propria storia: il passato, il loro rapporto con la comunità e ciò che è stato rimosso continuano ad agire sul presente. Lo stile è limpido, scorrevole, il linguaggio è molto sobrio ma capace di restituire un’atmosfera a tratti tesa e sinistra. La trama, avvincente e sorretta da un ritmo serrato, segue l’indagine di Diotallevi e del suo aiutante Antonio, una coppia di protagonisti che ricorda, seppure solo vagamente, Guglielmo e Adso de Il nome della rosa: due sguardi complementari attraverso cui la ricerca della verità procede tra indizi, misteri e inquietanti zone d’ombra.