L’uomo che è stato convocato avanza con un’andatura tutt’altro che marziale, indossa un vecchio trench coloniale che gli arriva quasi alle caviglie sopra una giacca informe e una camicia che avrebbe bisogno di essere lavata. Il maresciallo che lo accoglie lo conduce subito dall’altra parte del corridoio dove, oltre una porta impiallacciata in radica, c’è una figura nera, di spalle, piuttosto massiccia, in piedi dietro una scrivania, anch’essa in radica. L’uomo con il trench saluta e si scusa per l’abbigliamento dimesso, ma questo è quanto il commissario presso cui presta servizio richiede, anzi richiedeva. Già, perché il commissario è morto e a trovare il corpo è stato proprio lui, l’uomo con il trench. L’altro, l’uomo nero, vuole sapere tutto e il tipo in trench, che del commissario era un ausiliario, una specie di assistente personale, comincia il suo racconto... Sono le sette di sera del giorno precedente. L’uomo arriva dalle parti di Taliedo, alla villetta che, per quei giorni, il commissario ha scelto come luogo per gli incontri riservati. Trova la porta della villetta chiusa, ma non a chiave. È la prima volta che ciò accade. Di solito il commissario, che dentro è solo, chiude a chiave e l’uomo in trench, per entrare, deve utilizzare una copia delle chiavi che il commissario gli ha dato. A seguito della domanda dell’uomo nero, riflette un attimo e dichiara che, secondo lui, nessun altro possiede copia delle chiavi. Questa volta, poi, essendo la porta aperta, non occorrono neppure a lui, che entra e si dirige in cucina, unica stanza della casa lasciata parzialmente arredata con tavolo e sedie. E lì, in cucina, dietro al tavolo, trova il corpo del commissario, crivellato da due colpi, uno al torace e uno in piena faccia. Il primo colpo risulta sparato da qualche metro; il secondo da molto più vicino, anche se non a bruciapelo. Secondo il medico legale l’ora della morte si posiziona tra le tre e le quattro del pomeriggio...

Dopo una lunga carriera da editore, Gian Arturo Ferrari si è dedicato alla scrittura e nel suo nuovo romanzo – un giallo – si prende la soddisfazione di far morire proprio un direttore editoriale. La storia è ambientata in pieno regime fascista, nella Milano del 1936. Luigi Bassetti, direttore editoriale di una casa editrice, appunto, muore investito da un tram. Tragico destino, quindi. Ma sarà davvero così? L’uomo, antifascista dichiarato, negli ultimi tempi non si separa mai da una borsa che pare contenga un manoscritto che potrebbe nuocere alla propaganda fascista. È questa, quindi, la causa della morte? Tre sono le figure che cercano di fare luce su questa morte sospetta: un commissario piuttosto riservato ma non abbastanza attento, che durante l’indagine viene ucciso; la collaboratrice e amante di Bassetti, lacerata dai sensi di colpa; uno strano “assistente” apparentemente insignificante e stazzonato, che si rivelerà invece figura importantissima. Un giallo breve ma dall’intreccio perfetto in cui, oltre agli intrighi e ai sospetti tipici del genere letterario d’appartenenza, Ferrari mostra l’Italia fascista in abito elegante o camicia nera, inebetita dalla propaganda del regime, infarcita di retorica e violenza. Un’Italia che subisce, quindi, ma in cui si notano, a ben guardare, i primi germogli di quella volontà di rinnovarsi e cambiare che scuoteranno finalmente il nostro paese da lì a qualche anno. Un testo appassionante che, partendo da una classica indagine, sottolinea l’ambiguità e la doppiezza di un’epoca in cui c’è chi i libri vorrebbe continuare a pubblicarli e chi invece vorrebbe bruciarli, e non solo metaforicamente. Sono trascorsi quasi novant’anni da allora, ma le cose sono davvero cambiate?