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Mario e il mago

Mario e il mago

A metà agosto una famiglia arriva a Torre di Venere, una località balneare sul Tirreno che conserva l’apparenza di un posto tranquillo, ma che ormai è affollata quanto le più celebri mete di villeggiatura. La spiaggia è gremita di bagnanti, i caffè sul lungomare sono pieni, le orchestrine si sovrappongono nel frastuono del pomeriggio e il Grand Hotel, scelto per il soggiorno, è dominato da un ambiente esclusivo in cui l’etichetta conta più dell’ospitalità. Fin dalla prima sera, un piccolo episodio incrina il piacere della vacanza: la veranda affacciata sul mare, illuminata da lampade rosse che entusiasmano i bambini, è riservata a pochi clienti privilegiati e la famiglia viene invitata a cenare nella sala interna. Il disagio cresce rapidamente. Nelle camere accanto soggiorna una nobile famiglia romana e la principessa, allarmata dai colpi di tosse che ancora affliggono il più piccolo dei bambini dopo una pertosse ormai superata, pretende che i vicini vengano allontanati. La direzione dell’albergo, pronta ad assecondare ogni desiderio degli ospiti più influenti, comunica che sarà necessario trasferirsi nella dépendance. Le proteste non bastano e neppure la visita del medico dell’hotel, che certifica l’assenza di qualsiasi pericolo, modifica la decisione. Pur riconoscendo che il bambino è perfettamente guarito, il direttore insiste affinché la camera venga liberata. L’umiliazione lascia un segno profondo sul soggiorno. Dopo pochi giorni, la famiglia decide di abbandonare il Grand Hotel e di trasferirsi nella più semplice Pensione Eleonora, vicino alla spiaggia. Il nuovo alloggio promette un’atmosfera più serena, ma il ricordo dell’affronto subito continua ad accompagnare le giornate estive, mentre nell’aria di Torre di Venere sembra già insinuarsi un’inquietudine destinata a trasformare quella vacanza in un’esperienza sempre più tesa e imprevedibile…

Nato da un soggiorno che Thomas Mann trascorse con la famiglia a Forte dei Marmi nel 1926, Mario e il mago (1930) trasforma un episodio di vacanza in una riflessione sul potere e sulla facilità con cui una folla può lasciarsi guidare da chi sa conquistarne le coscienze, restituendo il clima di un’epoca in cui il fascismo italiano, attraverso la figura di Mussolini, sperimentava forme sempre più efficaci di persuasione e assoggettamento delle masse. La località immaginaria di Torre di Venere, dietro cui si riconosce la costa toscana, è il teatro di una vicenda che prende avvio come un tranquillo resoconto di viaggio. Ben presto, però, piccoli episodi di intolleranza, un nazionalismo ostentato e un forte senso di disagio incrinano la serenità del soggiorno, preparando l’ingresso in scena del cavalier Cipolla, illusionista e ipnotizzatore capace di dominare il pubblico con la parola, l’umiliazione e la suggestione. Mann costruisce la tensione senza ricorrere a colpi di scena. Il ritmo è misurato, quasi cronachistico, e procede attraverso l’osservazione dei gesti, dei dialoghi e delle reazioni collettive. Anche il caldo estivo, costante e opprimente, contribuisce a creare un’atmosfera di progressiva inquietudine che accompagna il lettore fino al lungo spettacolo finale, vero fulcro della novella. Cipolla, fisicamente fragile ma dotato di una straordinaria capacità di manipolare gli altri, finisce così per incarnare una forma di autorità che si alimenta del consenso e della rinuncia al pensiero critico. Pur ispirandosi al clima dell’Italia fascista, Mann evita il pamphlet politico. Non a caso, negli anni successivi, riconobbe che quella figura sarebbe diventata una metafora ancora più ampia dei totalitarismi che avrebbero travolto l’Europa.