In una casa affacciata sulla scogliera, tra rododendri, tamerici e stanze eleganti, una Regina attende la nascita del suo primo figlio. Per il bambino sceglie ogni cosa con cura, dalla chiesa dove sarà battezzato alla tata che dovrà occuparsi di lui. La tata arriverà da un regno del Nord: ha capelli rosso fuoco, occhi azzurri e un volto impassibile. Appena entra nella casa, assume il controllo della vita del piccolo Principe. Il bambino viene nutrito, lavato e accudito secondo regole precise. Trascorre le giornate nella culla o nel passeggino, lontano dagli adulti, e di notte dorme da solo, legato perché non possa girarsi e soffocare. Soltanto una volta al giorno la madre riesce a tenerlo tra le braccia e a nutrirlo al seno, ma la tata interrompe presto quei momenti di tenerezza. Il bambino reagisce con pianti e urla, finché impara che ogni ribellione comporta la perdita dell’affetto materno. La Regina non riesce a rispettare fino in fondo le regole imposte dalla tata. Quando può, sale di nascosto nella cameretta per accarezzare il figlio, ma la donna considera l’affetto una debolezza e la paura uno strumento indispensabile per educarlo. Una sera, dopo un banchetto, la Regina sente il bambino piangere disperatamente e sale le scale. Vorrebbe entrare, ma la tata la ferma: il piccolo deve imparare a stare da solo. La Regina torna dal marito e gli confessa la propria preoccupazione. Il Re le ricorda che il bambino deve imparare chi comanda. Anche lui vede nell’infante un futuro nemico, qualcuno che un giorno potrebbe sottrargli il potere. La notte passa tra pianti soffocati e tentativi di consolazione dalla porta. Al mattino, però, il bambino appare tranquillo e indifeso. La Regina lo prende tra le braccia, lo bacia e torna a considerarlo semplicemente il suo adorato bimbetto…

Lord Jim a casa di Dinah Brooke prende la realtà per il collo e la costringe a stare ferma sotto uno sguardo che non le concede attenuanti, né possibilità di abbellirsi. Pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1973 e rimasto a lungo fuori catalogo, il romanzo è tornato a circolare molti anni dopo, anche grazie a una nuova edizione con una prefazione di Ottessa Moshfegh. La storia di Giles Trenchard attraversa l’infanzia, la scuola, la guerra e il ritorno alla vita civile, ma ciò che resta più a lungo addosso è il modo in cui Brooke guarda le persone. Non le rende più belle, più nobili o più presentabili di quanto siano. I corpi vengono osservati nei loro dettagli meno eleganti, con una precisione che può diventare comica e subito dopo disturbante: persino le unghie dei piedi del Giudice possono trasformarsi in strane “escrescenze giallastre”, impossibili da ignorare. È una scrittura molto vera, fisica, precisa, che dice anche quello che normalmente si evita di dire per pudore, educazione o semplice ipocrisia. Le caratteristiche dei personaggi diventano così parte del loro ritratto morale. Brooke registra nasi, denti, pelle, odori, deformità, gesti e abitudini con una specie di ironia asciutta, senza bisogno di sottolineare ciò che dovrebbe disgustare o far sorridere. È proprio questa assenza di commento a rendere alcune scene tanto scomode. Il lettore è lasciato davanti alle cose, senza una voce che gli suggerisca come reagire. Il romanzo mescola formazione, satira sociale, racconto di guerra, grottesco e una componente quasi da incubo. Il richiamo a Lord Jim di Joseph Conrad non è soltanto nel titolo: la vicenda di Giles ruota anch’essa attorno a una caduta, a una scelta e alle conseguenze che arrivano quando un individuo viene messo davanti a ciò che è diventato. Ma Brooke porta quel modello dentro una famiglia inglese apparentemente rispettabile e ne fa emergere la violenza nascosta sotto le buone maniere. La casa, la scuola, i rituali della classe sociale, perfino le relazioni familiari diventano luoghi nei quali il controllo e la crudeltà possono convivere con la normalità quotidiana. Il risultato è spesso grottesco, ma non irreale. Anzi, è proprio il continuo riferimento a situazioni, riconoscibili a rendere ancora più difficile prendere le distanze da ciò che si legge. Brooke usa similitudini che riportano continuamente l’assurdo dentro qualcosa di conosciuto. E proprio per questo, durante la lettura, viene naturale immaginare una possibile trasposizione cinematografica: molte scene hanno una fisicità precisa, quasi già inquadrata, e personaggi che sembrano chiedere un volto, un’inquadratura. E poi c’è il finale, che non offre una soluzione rassicurante né una chiave unica. Lascia piuttosto una serie di domande alle quali ciascuno può rispondere in modo diverso. È forse qui che il libro trova la sua forza maggiore: Dinah Brooke non ci accompagna verso una morale, non ci permette di sentirci al sicuro o dalla parte giusta. Ci mette davanti a una realtà nuda, sgradevole, a tratti repellente, lasciando a noi la scelta di cosa farne. E, piaccia o no, dopo averla guardata così da vicino, non è facile fingere di non averla vista.