Due anni prima. La Vigilia di Natale. Il salotto è illuminato dal fuoco del camino e dalle luci dell’albero addobbato. Amy, l’ultima delle sorelle March, è al centro di un confronto familiare che ormai conosce bene. Marmee, ai suoi occhi il generale della famiglia, le fa notare che questa volta ha davvero esagerato. La discussione nasce dalla raccolta fondi della Charity Chain. Amy avrebbe dovuto trascorrere la giornata con gli altri volontari, offrendo i suoi ritratti in cambio di donazioni. Invece, il suo disegno della signora Gardiner, rappresentata come un demone, ha finito per offenderla. Jo interviene ricordandole che, con il suo comportamento, riesce sempre a peggiorare le situazioni. È la secondogenita, ma nella percezione di tutti è la prima: brillante, carismatica, appena laureata alla Columbia con risultati straordinari e sempre pronta ad esprimere la propria opinione. Beth sostiene il punto di vista di Jo, come spesso accade. È la sorella più dolce e gentile, quella capace di prendersi cura di ogni essere vivente, dai gattini abbandonati agli sconosciuti. La sua bontà è quasi disarmante, ma ha un difetto: quando si tratta di Jo, finisce sempre per darle ragione. Anche Meg, la sorella maggiore, partecipa alla discussione. È una persona che ognuno interpreta secondo le proprie aspettative: il suo fidanzato Samuel immagina per lei una vita perfetta con una casa, dei figli e una staccionata bianca, ma Amy sente che Meg potrebbe sorprendere tutti e diventare qualcosa di completamente diverso. Eppure, pur così diverse tra loro, tutte sembrano avere la stessa opinione su Amy. Sua madre pensa che dovrebbe impegnarsi di più. Jo crede che dovrebbe essere meno superficiale e vendicativa. Beth dice che dovrebbe essere meno impulsiva. Meg aggiunge che dovrebbe preoccuparsi meno dell’apparenza. Amy sente quelle parole come un’etichetta ormai impossibile da cancellare. Le parole descrivono le persone, ma quando vengono ripetute per tutta la vita possono finire per trasformarle. Mentre è assorta nei suoi pensieri, sente arrivare una voce alle sue spalle. È Laurie, il nipote del vicino di casa, che trascorre con il nonno estati e feste comandate. È elegante, affascinante e sicuro di sé. Con il suo sorriso irresistibile, il suo accento britannico e il suo modo impeccabile di vestirsi, riesce sempre a catturare l’attenzione. Con lui c’è anche Robert March, suo padre. Entra in casa con la sua macchina fotografica da reporter, la giacca scura e il volto stanco di chi ha visto troppo. Il suo arrivo sembra una di quelle belle notizie che nessuno aveva avuto il coraggio di aspettarsi. Quando papà è presente, tutto sembra più semplice... 25 dicembre, due anni dopo. Amy si sveglia di colpo sull’autobus, sbattendo la fronte contro il sedile davanti, quando il conducente frena bruscamente ad un semaforo. Sistema il vestito rosa confetto sotto il piumino, cercando di nasconderlo. È troppo corto e vistoso. La cosa più importante è che nessuno a casa la veda in quelle condizioni. Da quando papà è morto, il Natale non ha più lo stesso significato. È come se la vita della famiglia March si fosse fermata in quel momento. Una signora sull’autobus continua a fissarla con disapprovazione, ma Amy cerca nella borsa il suo oggetto più prezioso: il taccuino nero. Quando la vita diventa troppo pesante, Amy disegna. Per gli altri è ispirazione, per lei è un modo per liberarsi di ciò che non riesce a dire. Guardando fuori dal finestrino si accorge che l’autobus sta arrivando a Concord. Forse tornare a casa non è stata una grande idea. Il piano è entrare senza essere vista, recuperare un aspetto presentabile prima del pranzo di Natale e trovare il momento giusto per raccontare alla famiglia che la MassArt ha rifiutato la sua domanda di riammissione. Ma c’è un altro problema da affrontare. Laurie e Jo sono diventati una coppia. Quando lo hanno annunciato, tenendosi per mano, Amy ha fatto finta che non le importasse. In realtà, la notizia le ha fatto male, molto più di quanto voglia ammettere…

Se c’è una delle sorelle March che la letteratura ha sempre trattato con maggiore severità, quella è Amy. Per decenni è rimasta confinata nel ruolo della più frivola e vanitosa, della bambina capricciosa incapace di reggere il confronto con l’iconica Jo. Eppure, chi conosce davvero l’opera di Louisa May Alcott sa che questa è solo una parte della sua storia. In Piccole donne crescono, Amy affronta un’importante maturazione, diventando una donna più consapevole, pragmatica e determinata. È proprio questa evoluzione che Bianca Marconero sceglie di raccontare, regalando spazio ad un personaggio che meritava di essere riscoperto. Più che riscrivere “Amy”, l’autrice la comprende. La vanità smette di essere superficialità e diventa il tentativo di costruire un’identità in grado di resistere ai continui paragoni. L’apparente leggerezza si rivela una forma di difesa dietro cui si nasconde una profondissima sensibilità. La sua volubilità racconta, in realtà, di una giovane donna ancora impegnata a riconoscersi. Difficilmente Amy avrebbe potuto crescere senza sentirsi inadeguata. È la più giovane delle sorelle March e vive costantemente accanto a figure che sembrano aver già trovato il proprio posto nel mondo. Meg rappresenta l’equilibrio, Beth la dolcezza, Jo il coraggio e l’indipendenza. In particolare, il confronto con Jo pesa come un’ombra inevitabile. L’eroina per eccellenza lascia poco spazio a chi le vive accanto, e proprio questa condizione alimenta in Amy il bisogno quasi ossessivo di dimostrare il proprio valore. Il trasferimento a Londra rappresenta molto più di un cambio di scenario. È il tentativo di ricominciare da zero, di costruire finalmente un’identità libera dalle aspettative della famiglia. Dopo il rifiuto dell’accademia d’arte, Amy è costretta a fare i conti con il timore di non essere abbastanza, ma proprio questa fragilità diventa il motore di un percorso di crescita sorprendentemente autentico. Uno degli aspetti più significativi è il modo in cui l’autrice valorizza l’intelligenza emotiva di Amy, spesso rimasta nascosta nell’opera originale dietro ai suoi comportamenti più impulsivi. In questa rilettura emerge invece una ragazza capace di comprendere profondamente gli altri, di leggere le emozioni che li attraversano e di prendersene cura, pur faticando enormemente ad esprimere le proprie. Anche il rapporto con il padre assume un’importanza centrale. Il dolore per la sua perdita attraversa silenziosamente tutta la narrazione e trova una forma di elaborazione nell’arte. Amy non comunica attraverso le parole, come Jo. Il suo linguaggio è il disegno. Le vignette che realizza, i ricordi che affida al suo taccuino e quel dialogo ideale con il padre raccontano una protagonista che trova nella creatività il modo più sincero per dare voce alle emozioni che non riesce a pronunciare. È un parallelismo estremamente significativo, perché mette in evidenza come le due sorelle, pur condividendo la stessa forza creativa, abbiano semplicemente imparato ad esprimerla in modi differenti. Anche Laurie beneficia di un’evoluzione interessante. All’inizio del romanzo porta ancora addosso il peso del rifiuto di Jo e ha quasi smesso di riconoscersi. Amy, invece, ha trascorso anni convivendo con un sentimento mai corrisposto. Il loro incontro a Londra è inizialmente fatto di incomprensioni e vecchi rancori, ma proprio perché entrambi sono costretti a ricostruirsi riescono finalmente a guardarsi per ciò che sono davvero. La componente romantica è sicuramente presente, ma non diventa mai il vero centro della storia. Anzi, uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio il modo in cui l’autrice costruisce una relazione sana, nella quale nessuno dei due rinuncia a sé stesso per l’altro. La scrittura di Bianca Marconero conferma la sua capacità di unire leggerezza e profondità. È scorrevole ma capace di soffermarsi con delicatezza sulle fragilità dei personaggi, accompagnandone l’evoluzione senza forzature. Non sorprende, considerando il suo percorso: laureata in Lettere, con un passato da redattrice di riviste dedicate ai più giovani e autrice di libri per l’infanzia, possiede quella sensibilità capace di rendere immediati temi complessi come l’identità, il senso di inadeguatezza e la crescita personale. Amy, il secondo volume della serie The March Sisters, non è soltanto un retelling contemporaneo di Piccole donne. È un invito a guardare con occhi nuovi un personaggio troppo spesso sottovalutato.