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Mattanza

I cugini Sarmenta arrivano a Milano dalla val Camonica lasciando una scia di sangue: nel furgone un armadio completamente riempito di banconote – non di piccolo taglio –, nell’immediato futuro, un posto nella clinica privata più prestigiosa di Milano per Santo e il ritorno a Oppido Massapico per Massimo. Obiettivo, vendicare lo sterminio della famiglia per mano di Costantino Ròchira e per ordine di chissà chi. Il professor Ciro Barrese, sposato e padre ma innamorato e fidanzato con un trans, è il fondatore della clinica attorno a cui ruotano una miriade di altre più piccole strutture sparse soprattutto fra la Lombardia e la Calabria. Santo è atteso, Barrese gli ha messo a disposizione un piccolo appartamento in cui i due cugini si sistemano all’arrivo in città. Svuotato e fatto a pezzi l’armadio, si pone il problema di come distribuire le mazzette di soldi senza destare sospetti, la cifra non è di quelle che puoi potare in banca per aprire un conto e dare inizio al “piano”. Mentre Massimo rimane a guardia del denaro, Santo familiarizza con i proprietari di una trattoria tipica lombarda nei pressi dell’appartamento, di cui si serviranno nei giorni successivi. Il giorno dopo ha appuntamento con Barrese in clinica, ma quella che sembrava essere una “normale” presa di servizio, si scopre essere qualcosa di molto diverso. Il Sermenta, la cui laurea non è ancora ufficiale, si trova costretto a chiedere aiuto al Barrese per sistemare la questione denaro prima di poter cominciare a lavorare, Massimo intanto comincia a pianificare le mosse che dovrà mettere in atto una volta arrivato in Puglia per portare a termine la vendetta…

Un’occasione tutto sommato mancata questo romanzo, che avrebbe potuto rivelarsi una storia interessante. È il sequel dell’avvincente Come belve feroci, come recita il risvolto, purtroppo però se decidi di scrivere la seconda parte di una storia dovresti avere cura dei lettori – soprattutto dei nuovi lettori – e permettere loro di capire (almeno a gradi linee) quello che è successo nel primo romanzo. La tecnica narrativa nella scrittura è necessaria quanto il talento e la fantasia. Ma qui la cura dei dettagli sembra latitare, ahinoi. Se non si è letto il primo romanzo, vengono meno troppe informazioni che si rivelano alla fine fondamentali per capire e apprezzare il tutto. Dalla descrizione delle automobili - e solo molto avanti nella lettura - il fatto che il tesoro (di cui peraltro non si conosce in alcun modo la provenienza) sia in lire fa capire che siamo negli anni ’80 ’90 del secolo scorso, scelta legittima ma non si capisce come dovrebbe intuirla (per apprezzarla) un lettore. Così come manca almeno un accenno al percorso che dalla Puglia ha portato i Sarmenta in Val Camonica e ai motivi per cui nella vendetta siano coinvolti un prete e una suora. Ma anche volendo superare questi particolari, che tanto marginali non sono, gli avvenimenti che vengono raccontati mancano di un minimo comun denominatore che non sia la provenienza geografica dal sud di tutti i personaggi o quasi. Capitoli brevissimi come flash che illuminano momenti che evidentemente all’autore sembravano degni di sottolineatura, ma che non seguono un filo logico. Decisamente esagerate e fuori contesto le descrizioni di atti sessuali e il turpiloquio, inutili entrambi se non a sottolineare quanto siano brutti cattivi e ignoranti certi personaggi e crudi certi eventi, mentre altrove Alemanno utilizza - forse volutamente per contrasto - un linguaggio pretenzioso che invece di risultare piacevole suona solo vecchio, con citazioni colte che nel complesso stridono. Per il resto, lo spaccato sociale e criminale descritto nel romanzo è concreto e realistico: la corruzione, i “magheggi” nell’ambito sanitario sono roba assodata e purtroppo ben nota, così come la commistione fra bel mondo e delinquenza. Ne esce un ritratto probabilmente veritiero di un certo sud, ma che certamente svilisce una parte del Paese che non lo merita.