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The Sushi Game

The Sushi Game

Cosa c’entra l’arbitro di calcio Pierluigi Collina con i Takoyaki? Quale insetto arricchiva il cibo che gli imperatori riservavano ai più meritevoli? Cosa significa Okonomiyaki? E perché l’Odorigui in Australia è stato dichiarato persino illegale? Sono alcuni degli interrogativi più innocui ai quali troverete risposta in The Sushi Game di Alessandro Mininno e Francesca Scotti. Dieci capitoli per altrettanti livelli di difficoltà da superare, ognuno composto da due piatti e un “mostro finale”, come saprà chiunque abbia affrontato un videogame una volta nella sua vita: questa la struttura che il titolo presenta in maniera esplicita e coerente, invitandoci a giocare. Eppure le vere sfide son quelle che si intuiscono dal sottotitolo, “Guida banzai alla cucina giapponese”, e che scoprirete pagina dopo pagina... se avrete coraggio! Per affrontare il fangoso miscuglio del Kanimiso, l’impudico Shirako o la gelatina assassina - miracolosa per la dieta - che nemmeno la katana del Goemon di Lupin III riusciva a tagliare. Per imparare come orientarsi tra i “banalissimi” Onigiri o tra le oltre cento (avete letto bene!) varietà di Tōfu, e a scegliere tra Nihonshu o Sake. E se fino a oggi vi eravate vantati di conoscere il famigerato Nattō o i vari Panko, Katsuobushi e Yōshoku preparatevi a colmare lacune che non avreste mai immaginato. E forse a pensare seriamente di smettere di mangiare certe pietanze, come quelle a base di anguilla per esempio. Insomma, se quello che si promette è un viaggio nella storia, la cultura e le curiosità - a tratti inquietanti - del Sol Levante, quella che viene fornita è forse più una mappa che una guida. Grazie alla quale orientarsi, potendo riconoscere le categorie dei vari piatti, gli ingredienti, la preparazione e i locali dove cercarli... ma soprattutto i loro avvistamenti nella cultura popolare (dagli anime ai manga, da libri e poesie ai film) e i cosiddetti “Elementi di difficoltà”, ossia gli effetti che potrebbero avere su palati non avvezzi a frequentarli. A conferma che in fondo c’è più gusto a trovare da soli la propria via nel territorio che si sta esplorando che a seguire delle tappe predefinite…

“Un gioco, un percorso ludico attraverso le meraviglie e le stranezze della cucina giapponese, per chi la ama e per chi ne ha timore”: l’introduzione è chiara. Non ci sono dubbi. Lasciando, al contempo, grande libertà ai due autori. Molto espliciti nel presentare la filosofia alla base dell’operazione, prima ancora che il contenuto di questo “non ricettario”. Rigorosa e folle insieme, come può apparire la spesso ambigua cultura di riferimento, qui citata nelle sue manifestazioni più note, dai tanto celebrati Anime e Manga, al mainstream e iconico Super Mario Bros, fino al Takeshi”s Castle condotto da Takeshi Kitano (da noi entrato nella storia della tv come Mai dire Banzai). Ma sebbene “si debba essere molto seri per giocare”, non aspettatevi troppa teoria. Alla base di tutto c’è tanto amore, e la passione per l’estremo Oriente, i suoi piatti e le sue leggende. E per lo stile: Pop. Molto Pop. Decisamente. Di quel Pop che non saremmo portati a identificare spontaneamente con certa iconografia o estetica del Sol Levante. Ma talmente Pop da fare “il giro” e presentarsi al pubblico con uno stile e un concept totalmente in linea con certi gusti e tendenze del moderno Giappone. Difficile? Più a dirsi che a vedersi, provare per credere. Il Game Book di Mininno e Scotti (che dalle parti del Monte Fuji era andata anche nel 2013, per il suo precedente L’origine della distanza) si dimostra rapidamente in grado di superare le perplessità relative alla sua mole o alla prospettiva di un lungo percorso in salita, offrendo all’appassionato e al semplice curioso diversi accessi all’argomento. Sui vari resoconti di degustazione e le ricette, dominano i racconti delle origini dei piatti e delle occasioni in cui mangiarli. Forse i cenni storici potranno apparire ripetitivi - ma è inevitabile che certe dinamiche, epoche e protagonisti tendano a ripetersi - e certe descrizioni elargite spingere a pensare di non volerne sapere tanto - ma non saremmo qui... - eppure, son loro a rendere questo excursus unico. E a fornire il necessario contesto agli spunti più interessanti, come quelli legati alla religione, alla politica, alle contaminazioni, a certe curiosità nella traslitterazione dei nomi e sulle mode relative alla diffusione di questo o quel mangiare. Insomma, un lavoro di ricerca raro che non (si) risparmia nulla, nemmeno i cattivi odori o le sgradevolezze. E che piuttosto che dissuadervi, finirà per soddisfarvi in modi che nemmeno immaginavate. Soprattutto quando arriverete alla fine, e guardandovi indietro realizzerete di aver superato la più divertente prova di resistenza mai affrontata.